BRONTE                   

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 INFO

Il comune di Bronte sorge su 760 metri sul livello del mare. Il paese conta circa 20.000 abitanti (detti brontesi) e dista circa una cinquantina di chilometri da Catania, alla cui provincia appartiene.

L’abitato, ubicato sopra un pendio lavico della zona nord-ovest dell’Etna, domina la valle del fiume Simeto.

Il territorio di Bronte è sicuramente uno dei più singolari in natura, soprattutto se si prende in considerazione la vasta produzione agricola che spazia tra ulivi, aranci, fichi d’India, mandorli, castagni, noccioli, viti,peri e pistacchi. Dopo diverse eruzioni che hanno coperto quasi interamente il territorio di roccia lavica, i contadini brontesi seguendo gli insegnamenti lasciati dagli antichi dominatori arabi sono riusciti ad impiantare alberi di pistacchio che crescono rigogliosi sulla roccia lavica.

Vanto della gastronomia è appunto il pistacchio con le sue svariate preparazioni. Da assaggiare la pasta casereccia fatta preparata con farina e pistacchio, diversi dolci e gelati.

 

 STORIA

Secondo la leggenda fu fondata dal ciclope Bronte, figlio di Nettuno, come racconta lo storico brontese Padre Gesualdo De Luca nella sua opera “Storia di Bronte”, nel quale parla, richiamandosi anche a versi di Virgilio, del forte legame esistente tra le genti etnee e la montagna, divina ma nello stesso tempo anche ostile.

Un altro storico, Benedetto Radice, dedicò la sua vita a raccogliere elementi e prove che potessero ricostruire la storia della sua città e che riunì in un’opera chiamata “Memorie di Bronte”.

I Siculi furono i primi abitatori della zona, intorno all’ottavo secolo a.C., come è provato dalla presenza di cellette funebri a forma di forni ritrovate nel territorio brontese.

Nei pressi del Monte Bolo poi sono stati ritrovati altri reperti archeologici databili al secolo X a.C. I sicani si erano stabiliti in quella zona e furono cacciati poi, secondo notizie tramandate da Diodoro Siculo, da una devastante eruzione vulcanica verso la parte centro-occidentale della Sicilia. Il rinvenimento i reperti archeologici rivela anche che i coloni greci si erano stanziati in questi territori. Quindi, fu una zona di passaggio per eserciti cartaginesi, siracusani, inamertini e romani. Diventata uno dei principali centri di rifornimento di grano per Roma, la Sicilia, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente passò a far parte dell’Impero d’Oriente, e certamente le imposizioni fiscali di Bisanzio si fecero sentire anche nelle zone brontesi. Tra il VII e l’VIII secolo a.C. ebbero inizio le prime incursioni arabe che, diventando via via più frequenti sfociarono nel secolo IX nell’occupazione dell’isola. La dominazione araba con l’andare del tempo riuscì a dare buoni frutti e coincise con la brillante ripresa economica della Sicilia, grazie anche ad innovazioni originali e decisive nell’ambito dell’agricoltura. A Bronte, gli Arabi trapiantarono il pistacchio. La pianta trae alimento dalla pietra lavica e bonificata dalla cenere espulsa dal vulcano in continuazione, produce la più pregiata qualità di pistacchio.

Nel contesto del conflitto tra il mondo cristiano e quello islamico, intrecciate con una nuova ondata di invasioni barbariche, il versante nord-ovest fu teatro di un avvenimento bellico di grandi proporzioni che, insieme ad altri, determinò la cacciata degli Arabi dalla Sicilia. L’anno 1040, Bisanzio spediva in Sicilia uno dei suoi valorosi generali, Giorgio Maniace, a capo di un esercito composto da truppe bizantine e normanne. Il capitano cristiano recava con sé un prezioso dipinto di stile bizantino raffigurante la Madonna. I due eserciti si schierarono lungo le sponde del Saraceno, un affluente del Simeto. Dopo una lunga battaglia i cristiani ebbero la meglio e cacciarono i Saraceni dall’isola. A ricordo della sua vittoriosa impresa Giorgio Maniace fece costruire un convento nel luogo della battaglia. Distrutto da un terremoto, la regina Margherita di Navarra nel 1173 ne edificò un altro più grande e più sontuoso. Nei secoli seguenti, dagli Svevi agli Altavilla, dagli Angioini agli Aragonesi fino al viceré, fu un susseguirsi di lotte e pesanti imposizioni fiscali.

L’atto di costituzione del comune di Bronte è datato 1535, quando Carlo V per rendere più efficace l’esazione fiscale e l’amministrazione della giustizia nella zona brontese riunì i 24 casali preesistenti in una solo università, che denominò Bronte (Fedelissima Brontis Universitas). Nel 1636 i soprusi che gli ufficiali di Randazzo esercitavano a danno della popolazione brontese, determinarono una rivolta capeggiata dal cittadino brontese Matteo Di Pace, che fu ancora una volta sedata con la perdita di numerosi cittadini.

Durante la dominazione borbonica, avvennero due fatti di rilievo. Nel 1778 fu ultimata la cotruzione del “Real Borbonico Collegio Capizzi”, uno dei centri culturali più interessanti dell’intera isola. Poi agli albori del XIX secolo un’altra dinastia straniera venne ad intrecciare i propri interessi con quelli della popolazione brontese.

Il 10 ottobre 1799, il re di Napoli Ferdinando IV donava l’abbazia di Maniace con l’annesso territorio all’ammiraglio inglese Orazio Nelson nominandolo “Duca di Bronte”, quale ricompensa per l’aiuto ricevuto nella repressione della Repubblica Partenopea.

Fu proprio la presenza degli eredi di quello che fu definito come il “boia di Caracciolo” una delle cause dell’inasprimento delle tensioni sociali che sfociarono nei “fatti di Bronte del 1860”. Quell’anno, mal interpretando lo spirito che animava la spedizione dei Mille di Garibaldi in Sicilia, nei primi giorni di agosto scoppiò a Bronte un tumulto, conclusosi in un aberrate eccidio della classe più agiata.

Garibaldi per tutelare gli interessi dei discendenti di Nelson e per ragioni di ordine pubblico, mandò a Bronte uno dei suoi migliori generali, Nino Bixio. Nino Bixio giunto a Bronte sedò i tumulti senza incontrare resistenza e arrestati alcuni dei presunti rivoltosi, fece intervenire la commissione mista di guerra per celebrare un processo contro coloro che erano definiti i capi della rivolta.

 

TURISMO

Da visitare ci sono diversi edifici sacri.

Iniziamo dalla Chiesa della Santissima Annunziata. La chiesa è situata in Piazza Gagini. Sulla campana si legge la data 1535, ma probabilmente la chiesa è stata edificata su un edificio sacro già esistente. La struttura è stata rifatta nel 1543, ma i lavori sono continuati negli anni successivi, quando sono stati aggiunti il campanile, la facciata rinascimentale, la cupola e il coro. La Chiesa ad una sola navata ha otto altari e due cappelle poste una di fronte all’altra.

Da notare l’arco che adorna la cappella di Cristo alla Colonna, le cui colonne sono sostenute da leoni alati a destra ed animali con il volto delle sfingi a sinistra. Sui capitelli sono scolpite figure di re e profeti: sul frontone lo Spirito Santo circondato dagli angeli e sotto di esso un mascherone con ai lati due delfini dal volto umano. La statua del Cristo pare sia stata costruita da un pastore del luogo, che compiuta l’opera morì tre giorni dopo.

L’altare maggiore, posto in fondo al coro, è dedicato alla Vergine Annunziata compatrona della città. Di fronte all’altare maggiore posti ai lati dell’entrata si possono ammirare i dipinti raffiguranti Sant’Orsola e la Madonna degli Angeli con accanto i Santi Francesco e Chiara e il paese di Bronte salvato dall’ira del vulcano Etna. L’opera che però merita più attenzione è il gruppo scultoreo che raffigura la Vergine Annunziata e l’Angelo Gabriele.

Annessa alla chiesa dell’Annunziata vi è una piccola cappella dove sono custoditi interessanti quadri di Nunzio Petralia, pittore brontese, vissuto nell’Ottocento.

Sul Corso Umberto, in pieno centro storico, si affaccia il Real Collegio Capizzi. Esso fu “reale istituto borbonico” ed oggi ospita una ricchissima biblioteca. Vi si trova anche una bella e ricca pinacoteca. Custodisce l’autoritratto del filosofo Nicola Spedalieri e un quadro di Agostino Attinà, in cui sono raffigurati gli uomini illustri di Bronte. Tra l’ala antica e quella nuova del collegio si trova la chiesa del Sacro Cuore.

La sua costruzione è il frutto della perseveranza del venerabile Ignazio Capizzi. Grazie alla sua dedizione, il collegio divenne uno dei maggiori centri di cultura siciliani dopo il collegio di Monreale. Ignazio Capizzi nacque a Bronte il 20 settembre 1708. Figlio di povera gente compì i suoi primi studi nella città natale. Persona colta, fu buon conoscitore di nozioni di medicina, che praticò prima di essere ordinato sacerdote nel 1736. Pubblicò diversi studi e ottenne dai beni confiscati ai Gesuiti cacciati dall’isola nel 1767, 600 onze in libri che vennero poi donati alla biblioteca del collegio. Tra tante difficoltà riuscì a portare avanti il suo progetto di fondare a Bronte il collegio che oggi porta il suo nome. Morì nel 1783. Dal 1994 i suoi resti riposano nella Chiesa del Sacro Cuore.

Molti uomini illustri da giovani hanno frequentato il collegio Capizzi, tra i quali Luigi Capuana ed Enrico Cimbali. Oggi è sede del Liceo Classico “Ignazio Capizzi” e di un istituto magistrale.

Nella sala del Consiglio del collegio è possibile ammirare la spinetta, uno strumento musicale simile al clavicembalo ad una sola tastiera appartenuta al filosofo Nicolò Spedalieri e risalente al 1679.

La chiesa e il convento dei Cappuccini furono edificati nel 1629. Il convento fu completato pochi decenni dopo. La chiesa contiene sette altari dei quali il maggiore è dedicato alla Madonna degli Angeli. Sono da ammirare il quadro raffigurante la Vergine e quello della Deposizione. Diversi affreschi adornano il corridoio laterale della chiesa. Uno di essi raffigura l’eruzione dell’Etna del 1843 che causò la morte a Bronte di sessanta persone. La chiesa fu sede della confraternita del terzo Ordine di San Francesco, fondato nel 1863.

Situata all’ingresso del centro abitato è la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, che risale al XVI secolo. L’edificio presenta una struttura semplice. Sulla facciata si può ancora scorgere un affresco risalente al XVI secolo. L’edificio è l’unico a Bronte con la forma ottagonale.
All’interno della chiesa si possono ammirare tre altari dedicata a Santa Maria delle Grazie, a San Cosimo e San Damiano e a Santa Domenica.

La chiesa di Santa Caterina sorge in prossimità della Via che porta il suo nome in un quartiere al margine del centro storico. La costruzione risale al 1610. I fondatori furono Domenico Villina e il figlio Sacerdote Bartolomeo, che con atto del 1679 avevano intenzione di fondare a Bronte le Scuole Pie (mai istituite) e la Chiesa di Santa Caterina.

La chiese venne parzialmente danneggiata dal terremoto del 1818; è stata restaurata tra il 1988 e il 1989. L’edificio è di piccole dimensioni. Di aspetto austero è il portale. La cupola del transetto, a tutto sesto, è impostata su quattro pennacchi e sormontata da una lanterna lucifera piccolina. La piccola cella campanaria è ubicata sulla navata sinistra. L’interno è a croce latina, ad una navata. Ha tre altari rivestiti di marmi policromi. A destra l’altare dedicato all’Assunta, a sinistra quello di San Bartolomeo. L’altare Maggiore è dedicato a Santa Caterina e vi è riportato un quadro raffigurante le mistiche nozze di Santa Caterina con Gesù alla presenza della Vergine, degli Apostoli e dei Santi.

La Chiesa Madre, nata dall’unione degli edifici preesistenti della chiesa di Santa Maria e della Santissima Trinità divisi da una strada, è una delle più antiche esistenti a Bronte.

L’unione delle due chiese non avvenne nello stesso periodo. La chiesa di Santa Maria, già prima della riunione delle borgate nel 1535, era la chiesa principale del piccolo borgo e la sua posizione era in piazza, luogo dove si svolgeva la vita pubblica del popolo. L’edificio ha conservato la struttura architettonica a tre navate, sostenute da dodici colonne di pietra arenaria con capitelli corinzi, oggi nascoste dalle opere murarie successive. Le volte che risalgono al XVIII secolo hanno sostituito il tetto origi      nario. Entrando dall’ingresso si notano colonne in pietra arenaria con capitelli corinzi e fregi con temi floreali. Si tratta dell’antico ingresso della chiesa di Santa Maria. Di notevole interesse sono gli altari del Crocifisso e del Purgatorio che risalgono alla metà del XVII secolo.

Al posto dell’altare c’era la porta d’ingresso della chiesetta della Santissima Trinità. La croce in legno, con il crocifisso del 1505, è stata portata nella chiesa madre dopo l’eruzione del 1651. Di fronte all’altare del Crocifisso è posto quello del Purgatorio, in stile barocco e più ricco in quanto a decorazioni e fregi. Degno di attenzione è il battistero che risale al 1614 come mostra la data incisa sulla sua base. Il fonte battesimale è in marmo, ricoperto da una struttura ottagonale in legno con cupola.

La chiesetta di San Nicola è posta nell’omonima contrada lungo la statale che conduce a Maniace e a Cesarò. E’ stata costruita negli anni cinquanta sulle macerie dell’antica chiesa di San Nicolò di Bari, distrutta dai bombardamenti dell’ultima guerra.

Costruita in aperta campagna diventò ben presto sede parrocchiale.

Troppo piccola per accogliere i fedeli della contrada Sciarotta e San Nicola è stata sostituita con una nuova chiesa dedicata a Sant’Agata costruita nelle vicinanze su progetto dell’architetto Gigi Longhitano, sempre di Bronte.

La chiesa di San Silvestro è un’altra delle tante sorte a Bronte per volere di Carlo V dopo la riunione dei 24 casali. La chiesa senz’altro esisteva già nella seconda metà del XVI secolo in quanto menzionata in qualche scritto del 1573. Successivamente fu incorporata col monastero delle benedettine e prese il titolo di chiesa di Santa Scolastica.

Il monastero di Santa Scolastica fu eretto sulla sinistra della chiesa nel 1610 per opera del Comune e dei cittadini brontesi e fu floridissimo. Una tradizione ricorda che presso il Monastero c’era la “Ruota dei projetti”, istituita dall’Ospedale di Palermo nel 1755. La Ruota non era altro che il meccanismo girevole con il quale le monache comunicavano con l’esterno e durante la notte serviva per lasciare i figli abbandonati dalle madri, appunto i “rejetti” o “projetti”. I bambini poi una volta battezzati venivano dati in consegna agli organi amministrativi che li affidavano alle nutrici con una paga mensile che veniva corrisposta dall’Ospedale.

Il monastero di clausura femminile fu parzialmente distrutto dal terremoto del 1818 che fece crollare l’ala a mezzogiorno, poi fu soppresso in seguito alle leggi del 1866 che sancivano la vendita dei beni ecclesiastici e fu demolito nella prima metà del secolo scorso.

Fu aperto quindi un ingresso secondario accanto all’ingresso principale della chiesa e fu modificato l’ordine delle finestre nella parte alta.

L’aspetto della chiesa poi subì ulteriori ristrutturazioni nel 1828 con la scomparsa delle decorazioni in oro zecchino e la sostituzione del tetto un tempo a travatura con l’odierna copertura voltata. La chiesa è a forma rettangolare con abside. Al suo interno possiamo ammirare sette altari, una cantoria e un vecchio organo non funzionante. L’altare centrale racchiude tra due colonne tortili un dipinto di Tommasio del 1664 che raffigura San Benedetto circondato da altri santi. Altri quadri sono quello della Comunione di Santa Maria Egizia. Nella volta si può ammirare un affresco dl 1826 che raffigura l’Assunzione della Vergine per opera di Giuseppe Dinaro.

La chiesa della Madonna del Rosario si trova nel centro storico del paese e fu sede della compagnia dei Bianchi. Nel 1580 era dedicata a Santa Maria dell’Abstinentia o Restinentia. Nel XVII secolo cambiò nome in chiesa della Concezione di Maria, per la presenza dell’altare consacrato all’Immacolata e tale nome rimase fino al XIX secolo. In questo secolo fu completamente restaurata a spese di Donna Basilia Uccellatore. Poi cambiò il nome in Maria Santissima del Rosario. Al suo interno possiamo ammirare il pulpito e la cantoria di stile gotico e otto altari.

La Chiesa del Sacro Cuore fu edificata nel 1907 grazie all’opera del rettore Giuseppe Prestianni. L’architrave della porta d’ingresso è costituito da colonne in pietra lavica.

Al suo interno possiamo ammirare fregi e decorazioni in stile barocco misto ad elementi rinascimentali. Ci sono cinque altari in marmo, dedicati a San Giuseppe, Santa Maria Ausiliatrice, Sant’Antonio da Padova, alla martire Santa Caritosa e al Cuore di Gesù.

Attraverso uno stretto corridoio la chiesa del Sacro Cuore comunica con la cappella del collegio Capizzi. L’altare della cappella è dedicato alla Madonna del Fervore e conserva un quadro donato dal Sacerdote Ignazio Capizzi.

La Chiesa di Sant’Antonio da Padova sorge a poca distanza dalla stazione ferroviaria.

Fu edificata nella prima metà del XVII secolo. La tremenda eruzione del 1651/1654 che seppellì gran parte del paese con chiese, case e poderi, danneggiò la Chiesa di Sant’Antonio da Padova dal lato nord, est e sud. Per ricordare questo avvenimento venne murata una lapide nel muro esterno della chiesa a spese di un ricco abitante di Bronte, Spedalieri Francesco. La chiesa di Sant’Antonio da Padova aveva cinque altari: San Giovanni di Dio, Santa Domenica, San Luigi, San Gaetano Tiene e l’Altare Maggiore nel quale v’era una splendida immagine della Vergine Maria, che ora viene conservata in sacrestia.

La Chiesa di San Blindano risale al XVI secolo. Nel 1824 fu ricostruita a partire dalle fondamenta ad opera dell’abate di Giuseppe Auriti. Fu unita alla Basilica di Santa Maria Maggiore nel 1751 per poter usufruire dei privilegi spirituali e delle indulgenze della Basilica stessa. Al suo interno possiamo ammirare cinque altari: San Giovanni Damasceno, San Lorenzo da Frazzanò, San Basilio Magno, all’Addolorata e l’Altare Maggiore consacrato a Santa Maria di Maniace.

La Chiesa di San Giovanni Evangelista fu edificata nel 1659 per volere di Filippo Sottosanti su una struttura preesistente. Fu dedicata a San Giovanni Evangelista e Santa Rosalia.

Alla chiesa venne aggiunto il campanile in lastroni di pietra lavica. Fu in questa chiesa che fu votata nel 1860 l’annessione di Bronte all’Italia. All’interno possiamo ammirare sette altari, di cui quello Maggiore è dedicato alla Madonna del Lume. Possiamo visitare inoltre la cappella di Santa Rosalia decorata con affreschi e fregi del 1692.

La Chiesa di Santa Maria della Catena fu fondata nel 1569, completata nel 1601 ma nuovamente restaurata nel 1891. Si trova in Corso Umberto in posizione piu’ alta e vi si può accedere dalla strada tramite un’alta scalinata in pietra lavica. Il frontone della chiesa è in pietra lavica sostenuto da colonne in stile corinzio.

Sul lato destro si può ammirare il Campanile sormontato dalla cella campanaria. All’interno presso l’altare Maggiore possiamo ammirare la statua di marmo della Madonna della Catena e due quadri eseguiti nel 1876 da Agostino Attinà raffiguranti Santo Stefano e San Filippo.

La chiesa della Madonna del Riparo per i Brontesi è fonte di ricordi legati ad un tragico evento. Nel febbraio del 1651 ebbe inizio nel versante etneo di Bronte una rovinosa eruzione che restò attiva per tre anni. Devastò in ogni parte il paese e il territorio ed arrivò fino al Simeto. Nel 1654 l’eruzione riprese con nuovo vigore ed un braccio della lava investì la parte alta del paese distruggendo molte case, seppellì diverse chiese. Il popolo brontese si era riversato in preghiera nella chiesa dell’Annunziata per chiedere l’aiuto della Vergine e fu portata la sua statua dinanzi alla lava, che deviò il suo corso verso tramontana e formò come un muraglione a ridosso dell’ospedale e verso San Nicola e poi verso il Simeto.

Il popolo brontese per ringraziare la Madonna costruì sotto il muraglione una chiesetta dedicata appunto alla Madonna del Riparo. La vecchia  chiesetta con l’espandersi della cittadina si trovò quindi al centro di un quartiere. Fu progettato il suo restauro e il suo ampliamento nello stesso luogo, ma l’Arciprete dell’epoca sconsigliò la ristrutturazione nello stesso sito in quanto molto vicina alla Chiesa dei Cappuccini e a quella di San Silvestro. Fu acquistato un terreno nelle vicinanze, deciso di distruggere l’antica chiesetta e nel 1967, quasi dopo tre secoli dall’acquisto del terreno, fu iniziata la costruzione della prima metà della nuova chiesa. Tre anni dopo fu aperta al culto anche se ancora incompleta. L’antica statua della Madonna del Riparo restaurata fu portata nella nuova Chiesa. Il completamento della chiesa avvenne solo nel 1984.

La Chiesa ed il convento di San Vito furono costruiti alla fine del XVI secolo. Vi si stabilirono i monaci appartenenti ai Minori Osservanti di San Francesco. La chiesa, l’abside e l’altare maggiore furono restaurati e decorati alla fine del XIX secolo. All’interno possiamo ammirare sette altari. L’altare maggiore è dedicato alla Vergine Immacolata.

 

NUMERI UTILI

 

Municipio

Via Spedalieri n. 40

095 / 7747111

Farmacia Scalisi

P.za Rosario n. 6

095 / 691187

Farmacia Dr Biondi Mazzuca Nicolò e Floresta Alfio snc

Via Umberto n. 262

095 / 692717

Farmacia Rizzo Vincenzo

Via Umberto n. 271

095 / 691567

Chiesa SS Trinità

P.za Matrice

095 / 691439

Chiesa S. Agata V. M.

V.le Regina Margherita

095 / 7721978

Chiesa Madonna del Riparo

Via Madonna del Riparo

095 / 692235

Chiesa S. Maria del Rosario

P.za Rosario

095 / 691656

Chiesa S. Silvestro

P.za Spedalieri

095 / 691396

Chiesa S. Giuseppe

V.le Lombardia

095 / 692269

 

FOTO

MUNICIPIO DI BRONTE

 

FESTE ED EVENTI

Il Triduo Sacro della Settimana Santa di Bronte si apre il Giovedì Santo con la preparazione, nelle varie chiese, dei "Sepolcri", altari dell'adorazione del SS. Sacramento nei quali viene raffigurato il calice, o il "Buon Pastore", oppure un episodio della Via Crucis. Di grande interesse il "Sepolcro" della Chiesa Madre, preparato nella cappella della "Reposizione", presso l'altare del Sacramento, adornato con fiori, frutta, pane, vino, animali viventi e altri oggetti fortemente simbolici. Gli altari vengono tradizionalmente ornati anche da pani a forma di scalette o di corona di spine, dalle "collure", pasta talvolta dolce con dentro uova, a cui è data forma di animali, e dai tradizionali "piatti", cioè germogli di frumento, lenticchie ed altri legumi fatti crescere in casa dentro un piatto con il fondo coperto da canapa grezza in un luogo buio, la cui offerta per l'addobbo dell'altare ha un fondamentale significato augurale. 

Il rito processionale del Venerdì Santo, pur conservando antichissime tradizioni, ha smarrito il carattere penitenziale, peculiare fino alla prima guerra mondiale, con la soppressione della processione dei "Flagellanti", penitenti pubblici che si battevano le spalle con delle catene. Le celebrazioni del venerdì hanno inizio con la lettura evangelica della Passione, durante la quale viene eseguito il curioso ed arcaico rito dei "terremoti", che consiste nel battere le mani e i piedi sugli schenali e sulle pedane dei banchi della chiesa per riprodurre una sonorità che ricorda quella dei terremoti, sottolineando il momento della morte di Cristo. Segue la processione, aperta da un gruppo di bambine vestite di bianco, a ciascuna delle quali è affidato un oggetto che ha un preciso riscontro nella tradizione evangelica della Passione. Dietro le fanciulle avanza un bambino che rappresenta l'Arcangelo Michele, seguito da dodici giovani che ricordano gli Apostoli. Il corteo umano è chiuso dalle "Pie Donne", tre giovani dalla folta capigliatura. La processione sarà ripresa in un secondo momento al seguito delle raffigurazioni statuarie della Passione, alcune delle quali risalgono al XVI secolo.

 

      

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