RANDAZZO                              

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 INFO

Piccola cittadina alle pendici dell’Etna sorge a 765 metri sul livello del mare.

Tutta di pietra vulcanica, sovrasta l’Alcantara da un banco di lava antica, sul versante nord dell’Etna. E’ così vicina al vulcano (dista circa 15 km) da considerarsi quasi miracolata per non essere mai stata toccata dalla lava. Dista circa una sessantina di chilometri da Catania, alla cui provincia appartiene e conta circa 11.500 abitanti detti randazzesi.

La struttura urbanistica è tipicamente medioevale. La cittadina è caratterizzata dalla presenza di viuzze strette, tracciate a semicerchio per rendere maggiore la luminosità e la circolazione dell’aria, grandi piazze, chiese e scalinate, palazzi con facciate decorate da artistici portali in pietra lavica e bifore e trifore ornate finemente.

 

 STORIA

Il nome “Randazzo” deriva probabilmente dall’antico “Rannazzu” che significa “grosso borgo” per via della sua vasta espansione urbanistica.

Per alcuni studiosi il nome deriva dall’antica “Triracium”, città fondata da coloni greci, mentre altri affermano che sarebbe l’unificazione di ben cinque centri, distrutti nel periodo delle guerre civili di Roma e risorti grazie all’Imperatore Ottaviano. Altra ipotesi ancora è che il nome derivi da “Rendakes”, governatore bizantino a cui si fa risalire la fondazione.

Alcune necropoli scoperte e numerosi oggetti delle varie epoche rinvenuti nel territorio di Randazzo hanno avvalorato l’ipotesi che il paese, sorta nella tarda epoca bizantina nel IX secolo, sia stata edificata sulle rovine dell’antica Tissa.

Secondo la mitologia la città sarebbe stata fondata da uno dei tre ciclopi, abitatori della zona nord dell’Etna, Piracmone, identificato nella statua detta “Randazzo vecchio”, che sorge nella Piazza San Nicola davanti all’omonima chiesa.

Randazzo acquistò notevole importanza durante la guerra del Vespro nel 1282, quando il re Pietro d’Aragona vi insediò il proprio quartiere generale per la guerra contro gli Angioini.

Prescelta come dimora estiva dal re Federico II d’Aragona, vi nacque Guglielmo d’Aragona, il quale ancora bambino divenne Duca di Randazzo.

Appartenne al regio demanio, ma non ebbe gran sviluppo.

Fu abitata da popolazioni che fino al ‘500 parlavano un dialetto diverso, greco, latino e lombardo, ognuna riunita attorno alla propria chiesa: S. Maria, San Martino e S. Nicolò avvicendatesi annualmente sino a non molto tempo fa nel titolo di Matrice.

Decadde sotto la dominazione spagnola e nella prima metà del XVIII secolo risultava abbandonata da oltre la metà della popolazione.

Durante la seconda guerra mondiale fu l’ultimo caposaldo della resistenza tedesca in Sicilia, conquistato dagli alleati nell’agosto del 1943.

 

TURISMO

Randazzo potrebbe essere effettivamente definita la città nera, nera di lava che è utilizzata non solo per lastricare le strade, per rilevare archi di porte e finestre ma anche per costruire i monumenti, prima fra tutti la Chiesa di Santa Maria.

La chiesa di Santa Maria, di fondazione sveva (datata 1217 –1239), conserva della severa architettura originaria in conci di materiale lavico le tre absidi a forma di torrioni merlati; sui fianchi si aprono bifore e monofore e due portali gotico-catalani del ‘400. La chiesa è costruita con blocchi di pietra lavica e nella facciata e nel campanile spiccano motivi a contrasto in pietra bianca. La sacrestia ha ospitato in passato il tribunale ecclesiastico.

La cupola fu aggiunta agli inizi del secolo XIX, mentre la facciata con il campanile fu rifatta nel 1852-63. L’interno è in stile rinascimentale a tre navate a croce latina; racchiude sculture del secolo XVI (fonte battesimale e tabernacolo nella cappella a sinistra della maggiore. Da segnalare un affresco raffigurante “La Madonna del Pileri”, le tele raffiguranti “Il Battesimo di Gesù”, “Il Crocifisso con la Madre”, “La Sacra Famiglia”. Prezioso documento iconografico è la Salvezza di Randazzo, una pittura su tavola con veduta della città cinquecentesca, posta sulla porta laterale e attribuita a Girolamo Alibrandi. L’altare maggiore è del 1693 in stile barocco. Sul timpano è posto lo stemma della famiglia nobiliare dei De Quatris. Tra gli oggetti custoditi ricordiamo il Crocifisso ligneo del Pintorno, il calice del re Pietro d’Aragona e il sarcofago in pietra lavica della baronessa De Quatris del 1564.

Corso Umberto è la principale arteria del centro storico. Dopo pochi passi s’imbocca a destra la Via Roma.

Al n. 226 i resti del Palazzo Scala, già Palazzo Reale, dei secoli XIII-XIV, che ospitò le corti normanna, sveva, aragonese e l’imperatore Carlo V.

Proseguendo per Via Umberto I, s’incontrano la Chiesa di San Martino del secolo XIII fu rimaneggiata e restaurata dopo la seconda guerra mondiale. E’ a tre navate con facciata barocca in pietra lavica, un magnifico campanile e due leoni in pietra arenaria collocati sul portale d’ingresso.

La sobria facciata seicentesca è ornata da formelle del ‘500 in arenaria; a destra, campanile del secolo XIV.

L’interno custodisce opere di scultura dei secoli XV e XVI: fonte battesimale di marmo rosso; acquasantiera tardogotica su colonna tortile; la statua della Madonna della Misericordia nella cappella in fondo alla navata destra; gran tabernacolo marmoreo di stile gotico-fiorito nell’abside minore sinistra; un reliquario d’avorio del ‘300.

Nell’abside minore destra, Crocifisso ligneo del 1530 e un polittico.

Quasi di fronte alla chiesa si nota una torre quadrilatera incorporata in una più bassa costruzione: sono i resti delle otto torri fatte costruire lungo la cinta muraria da Federico II. Si tratta del castello svevo. Il castello ospita il Museo civico archeologico “Paolo Vagliasindi” con reperti dal Neolitico all’epoca siculo-greca, rinvenuti in recenti scavi e il Museo dei Pupi siciliani, con una collezione di 21 pupi siciliani di scuola catanese dagli inizi del ‘900.

Una traversa sulla sinistra di Corso Umberto permette di giungere a Piazza S. Nicolò, dominata dall’omonima Chiesa.

La Chiesa di San Nicolò è la più grande tra le chiese cittadine. Rinnovata nel 1583, conserva dell’originaria struttura trecentesca la parte absidale coronata di merli; la facciata con semicolonne di pietra lavica appartiene al secolo XVII.  Il campanile venne ricostruito nel 1783. All’interno, a croce latina, sono custodite numerose sculture, tra cui la statua di  San Nicola in cattedra, alla parete della navata destra, trittico del secolo XV. Di rilievo la fonte battesimale del XII secolo di fattura bizantina, un bel crocifisso dipinto su legno e altri preziosi arredi sacri.

Sulla piazza si affacciano anche il Palazzo Clarentano (datato 1508), il cui prospetto è arricchito da belle bifore divise da esili colonnine e la Chiesetta di Santa Maria della Volta (del XIV secolo).

Sulla destra del Palazzo Clarentano si apre la deliziosa Via degli Archi coronata, come dice il nome, da una serie di archi. E’ l’antica Via delle Volte di San Nicola e faceva parte di un complesso conventuale che comprendeva la chiesetta della Volta, alla fine della strada.

Dalla piazza si può proseguire per Via Polizzi che permette di ammirare in una stradina sulla destra il bel portale lavico di Casa Spitaleri.

Nella vicina Via Duca degli Abruzzi è il Palazzo Finocchiaro, del 1509.

Proseguendo lungo Via degli Abruzzi, sulla destra s’incrocia Via Agonia, così chiamata perché si narra che era fatta percorrere dai condannati a morte che dal castello-carcere erano portati alla Timpa, davanti a San Martino, ove erano giustiziati. Lungo la vita si può vedere ancora un esempio tipico di casa trecentesca, caratterizzata da un vasto locale a pianterreno e due stanze quadrate al primo piano (visibile solo all’esterno).

Via Duca degli Abruzzi confluisce poi in Corso Umberto. Un arco sulla destra ci indica l’antico ingresso del Palazzo Reale, di cui oggi resta solo parte della facciata, con una bella fascia marcapiano bicroma e due bifore. Il palazzo, prima di essere distrutto dal terremoto del 1693, ha ospitato famosi personaggi quali Giovanna d’Inghilterra, sposa di Guglielmo II il Normanno, Costanza d’Aragona (la località era stata scelta come residenza estiva dalla corte aragonese) e, nel 1535, Carlo V.

In Piazza del Municipio, il Palazzo Comunale occupa l’ex convento dei Frati Minori, complesso seicentesco con il chiostro.

Il Convento del Santissimo Salvatore dei Padri Cappuccini era originariamente dedicato a Sant’Onofrio. La sua costruzione risale al 1538. Chiesa e Convento vennero inizialmente costruiti nel vallone del torrente Annunziata, nei pressi della Chiesa di Santa Maria della Misericordia. Vennero abbandonati a causa di una frana che rovinò tutto il fabbricato, assai mal costruito a pian terreno.

 

NUMERI UTILI

  • Municipio - tel. 095 / 7990011

  • Farmacia Giuffrida - Via Umberto n. 63 - tel. 095 / 921005

  • Farmacia D.ssa Giardina Delfina - Via C.A. Dalla Chiesa n. 11 - tel. 095 / 921714

 

FOTO

 

CHIOSTRO MUNICIPIO

CHIESA SANTA MARIA

 

FESTE ED EVENTI

La Settimana Santa è una celebrazione movimentata e ricca di antichissime tradizioni, conservate grazie all'opera delle Confraternite. I "Confrati” sfilano in lunghe processioni, vestiti con una tunica bianca ed una mantella decorata dallo stemma che un tempo contrassegnava la Confraternita di appartenenza. I cortei sono arricchiti dalla presenza dei "figuranti" in costume, uomini, donne e bambini che impersonano i protagonisti degli episodi più importanti della Settimana di Passione del Cristo. 

I festeggiamenti hanno inizio il Lunedì con la processione della Confraternita dell'Addolorata che segue un percorso identico da secoli, dalla chiesa di S. Pietro, sede della Confraternita, alla Chiesa Madre, dove viene tenuta la predica quaresimale. Al centro del corteo procede il "Cristo alla colonna" (Cristu a' curonna), che simboleggia il momento della flagellazione di Gesù, segue il "Cristo coronato di spine" (Cristu a' canna), con una canna in mano che rappresenta lo scettro che i soldati diedero in mano a Gesù dopo averlo incoronato di spine, e il "Cristo che porta la croce" (Cristu a' cruci). La processione avanza tra due ali di folla, salutata da fuochi d'artificio. 

Il martedì è il giorno della Confraternita dell'Annunziata, che organizza un'altra "processione del Crocifisso". 

Le celebrazioni riprendono il giovedì con le cerimonie "in Coena Domini" in onore dell'istituzione dell'Eucaristia, ma che  la tradizione popolare continua a chiamare "i sepolcri", nel ricordo della morte di Cristo.

Il venerdì è la giornata centrale della Settimana Santa, scandita da due processioni. Al mattino sfilano lungo le strade del paese tutti i figuranti, tranne il Cristo alla Colonna, il Cristo coronato di spine e il Cristo che porta la croce. Un tempo la processione visitava i sepolcri, dal 1966 si ferma davanti alle chiese della città, sostando quattordici volte, quante sono le stazioni della Via Crucis, seguita dai fedeli che pregano. In serata viene organizzato il secondo corteo, gestito dalla confraternita dell'Addolorata della chiesa di S. Pietro, dove sono custoditi il grande crocifisso ligneo del '600 e la statua della Madonna dell'Addolorata che vengono portati in processione, illuminati a "lumeri", cioè con delle candele poste dentro sfere e lanterne di cristallo. In tarda serata avviene l'atteso incontro tra il figlio Crocifisso e la Madre Addolorata, accompagnato dagli incitamenti dei devoti e, infine, il rientro delle "vare", che vengono alzate dai portatori per la benedizione finale. Durante la mattina del sabato si svolge la processione del "Cristu 'ndo cataletto"(Cristo in lettiga), organizzata dalla Arciconfraternita della chiesa di S. Nicola, che possiede e custodisce la statua del Cristo morto e il prezioso tappeto di seta dove viene deposto. 

 

      

                                              

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