BIANCAVILLA                                          

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 INFO

Biancavilla sorge in una zona di montagna interna, posta a 515 metri sopra il livello del mare, tra Adrano e Santa Maria di Licodia e conta circa 23.000 abitanti.

Gli abitanti si chiamano “Biancavillesi” secondo la denominazione ufficiale, mentre secondo quella locale sono comunemente detti “Biancavilloti”.

Dista circa 33 chilometri da Catania, alla cui provincia appartiene.

Grosso centro agricolo, Biancavilla vanta una ricca produzione di fichidindia, agrumi, mandorle e olive che si possono gustare nell’annuale Fiera Agricola che si tiene nel mese di aprile.

Fiorente è l’allevamento di bovini, ovini, equini e caprini grazie anche ai vasti pascoli presenti sul territorio.

Caratteristica, inoltre, la Fiera dell’Artigianato Artistico regionale che si svolge ogni anno nel mese di luglio.

Tra i nomi illustri biancavillesi da ricordare quello del poeta poliglotta Antonio Bruno che fu di corrente futurista e fondò a Catania la rivista letteraria “Pickwick” e quello del famoso umorista Giuseppe Coco, a cui è stato dedicato in Francia un divertente libro intitolato “Coco est content”.

Lo stemma, azzurro, contiene una torre merlata su una zolla di terreno al naturale; a destra un cavallo fermo davanti ad un cipresso; a sinistra una croce d’argento sormontata da un nastro d’oro col motto : Scanderberg, Giorgio Castriota; in alto, si trovano due strisce d’oro sormontate da un sole d’oro; infine la Corona di Conte. Il motto rappresenta un omaggio al grande guerriero albanese; la corona al Signore del luogo (Moncada) che concesse il terreno. Lo stemma è la rappresentazione dei versi tratti dalla canzone tradizionale che narra la morte di Scanderberg il quale spinse il figlio Giovanni a prendere tre navi e, con la madre, a partire per l’Italia per sottrarsi ai Turchi. 

 

 STORIA

Si ipotizza che Biancavilla sorga sull’antica Inessa.

A due chilometri dal paese, nelle contrade Giardinello, San Giacomo e San Biagio, sono stati ritrovati ruderi di antiche costruzioni, monete, lagrimieri, sarcofaghi che sono custoditi oggi nel museo di Palermo e nel museo Civico di Adrano all’interno del Castello Normanno. Inoltre, sono stati recuperati frammenti di vasellame dell’età dei metalli nella zona dell’Argentiere, coltelli in selce e un frammento di coppa dell’età neolitica superiore nella zona della realizzazione della rete fognaria della Via Innessa.

L’origine albanese è confermata dal privilegio di concessione del 1488 che permise ad alcuni coloni albanesi di eleggere la loro dimora nel territorio di Callicari che, prima della loro venuta, era un luogo disabitato e abbandonato. Dopo la morte di Giorgio Castriota Scanderberg, a causa dell’invasione turca, alcune famiglie albanesi guidate dal capitano Cesare Masi, preferirono lasciare la patria anziché sottostare al dominio turco. Questo piccolo gruppo, portando con sé l’immagine della Madonna (detta di San Luca per il volto dal colorito bruno), un reliquario d’argento con una statuetta, una reliquia di San Zenone, una croce di legno e una campagna, dopo essersi fermato presso le colonie esistenti nel Gargano, muovendo da Catania nel 1482, si fermò in un territorio detto Callicari o Pojo Rosso e come vuole la tradizione il quadro fu appeso ad un fico. L’indomani, però, sul punto di partire, volendo togliere il quadro dall’albero, trovarono i rami attorcigliati attorno ad esso da non poterlo staccare. Supponendo un preciso desiderio della Madonna, abbandonarono il pensiero di partire e si fermarono definitivamente a Callicari.

Aver deciso di stabilire in quel posto la propria dimora, richiedeva agli albanesi la risoluzione di altri due problemi importanti : ottenere il permesso di restare, costruire delle case e l’esenzione da ogni tributo. Essendo Callicari nella contea di G. Tommaso Moncada, se ne fece richiesta per iscritto e alcuni albanesi si recarono a Palermo per avere la concessione del territorio e per l’esenzione delle gabelle ordinarie.

Nel 1488 il Conte G. Tommaso Moncada approvò i Capitoli o Privilegi di fondazione, assegnando il territorio, delimitandone i confini e facendo pagare agli albanesi soltanto la decima di ogni derrata e del bestiame, ma poiché costoro non volevano aderire alle condizioni imposte ai vassalli del Conte di Adernò, il Conte G. Tommaso Moncada stabilì che fossero esenti e franchi dalla gabella del vino o di carne da caccia e dogana per le cose che avrebbero venduto tra loro.

I sacerdoti, inoltre, godevano di mezza salma di terreno franca da detta angaria.

Stabilita così con i privilegi del 1488 e anni a seguire la posizione della colonia, si avviò lo sviluppo del paese presso la chiesa madre dove sorse il primo nucleo di abitazioni.

L’originario nome del paese fu “Casale dei Greci” poiché venne fondato da una colonia di greco – albanesi stanziatisi sul luogo per sfuggire all’avanzare dei turchi.

La tradizione vuole che Biancavilla fu il nome attribuito a Callicari dal conte Francesco Moncada per onorare la Regina Bianca di Navarra la quale il 21 maggio 1402 avendo sposato Martino il Giovane, aveva avuto in dote il territorio di Paternò. Durante il suo soggiorno in Sicilia, la regina diede vita ad un governo talmente fluido da meritare la stima dei siciliani e il loro impianto quando lasciò l’isola.

A partire dal XIV secolo venne dato al borgo l’attuale nome di Biancavilla, quando era conte di Adernò Francesco Moncada, figlio di Don Cesare e Donna Luisa di Luna. Fu proprio Donna Luisa di Luna che diede a Biancavilla con alcune costituzioni gli stessi diritti e lo stesso titolo di Adernò. Queste costituzioni, fatte in favore del Casale dei Greci, portano la data del 1583.

Il famoso quanto nefasto terremoto del 1693 che distrusse buona parte dei paesi rientranti nella Val di Noto e l’eruzione dell’Etna del 1669 danneggiarono poco Biancavilla, per questo gli abitanti dei paesi vicini vi trovarono rifugio.

Il settecento non viene ricordato solo per la lite con i comuni limitrofi o per le epidemie o le superstizioni, infatti fu anche il secolo della rifioritura artistica ed edilizia. La piccola chiesa eretta dalla colonia albanese e dedicata a Santa Caterina, con le successive autorizzazioni del Vescovo nel 1602, nel 1654 e poi ancora nel 1774 venne trasformata in una chiesa di più grandi dimensioni. Nel 1629 venne indicata come la Chiesa di Nostra Signora della “Limosina” in segno di venerazione alla Vergine, ma si pensa che tale nome sia stato già attribuito intorno al 1552.

L’ottocento fu poi il secolo dei grandi avvenimenti non solo per quanto riguarda la storia nazionale, ma anche per quella locale. Si sviluppò il commercio : esistevano conce di pellame, allevamento delle api per la produzione della cera e del miele, la coltivazione del cotone, l’allevamento dei bachi da seta. Quest’ultima costituiva il precedente di una attività caratteristica, rappresentata dalla tessitura a mano della tela, che a sua volta dava vita a tre tintorie, oggi del tutto scomparse.

I cinque mulini ad acqua (Rollo, Fontana Vecchia, Spasimo, Di Mezzo e Di Giuso) e i frantoi azionati a mano evidenziano che l’attività principale degli abitanti era l’agricoltura. Presenti erano anche le industrie per la lavorazione dell’argilla, delle mattonelle e delle tegole.

La rete viaria lasciava a desiderare : le strade erano in terra battuta e la mancanza di un sistema di raccolta idrica sia delle acque piovane che cadevano direttamente dalle tegole, sia delle acque sporche che la gente gettava fuori in quanto le case erano prive di rete fognaria rendeva alquanto precario il loro stato. Solo nel 1830 cominciarono ad essere basolate.

I contadini abitavano in case a piano terra e composte di una sola stanza. Le persone agiate, o civili, nelle case palazzinate o appalazzate. Per la maggior parte dei contadini l’unico divertimento era lo spettacolo dell’Opera dei Pupi, mentre la classe agiata frequentava il teatro “La Fenice”.

Il migliorato sistema socio – economico infatti verificatosi in questo periodo ha interessato solo un ristretto numero di cittadini, i soliti benestanti e la nuova classe sociale degli artigiani, piccoli commercianti ed imprenditori. La stragrande maggioranza della popolazione, purtroppo, non godeva di questi benefici e continuava a versare in condizioni disagiate.

Le calamità naturali come il colera del 1837, 1854 e 1855 che fece numerose vittime trovarono giustificazione nella miseria, ignoranza e superstizione popolare.

Biancavilla fu uno dei comuni etnei più irrequieti avendo preso parte a tutti i moti rivoluzionari e antiborbonici dal 1820 al 1860. La scena politica locale fu dominata principalmente dalla famiglia Biondi, i cui componenti incominciarono ad emergere nel 1821, quando si costituì la prima “Vendita Carbonara”. Fra questi viene ricordato Angelo, figlio del notaio Francesco e primo sindaco del paese dopo l’Unità d’Italia.

Angelo Biondi, nel 1820, partecipò attivamente alla vita politica. Nel 1837 alla notizia dell’insurrezione di Catania, scese in piazza invitando il popolo a seguirlo nella lotta contro i Borboni, ma, arrestato, riuscì ad evadere e a rifugiarsi a Malta dove venne a contatto con altri esiliati politici. Rientrato a Biancavilla e amnistiato nel 1847 venne eletto sindaco. In seguito alle rivoluzioni scoppiate a Palermo nel 1848 in tutti i comuni si formarono dei comitati rivoluzionari e Angelo Biondi fu eletto Presidente del Comitato Cittadino, mentre veniva inviato come deputato al parlamento siciliano di Palermo la personalità più impegnata culturalmente ovvero il sommo filosofo sac. Rosario Castro.

Il popolo si sollevò e chiese la quotizzazione delle terre demaniali e di quelle usurpate.

Questa ventata di rivolte fu di breve durata. Le truppe borboniche ebbero il sopravvento. La situazione restò immutata: il Biondi continuò a mantenere i contatti con i patrioti catanesi. Nel 1860 si costituì ancora una volta a Biancavilla un comitato insurrezionale con il solito Angelo Biondi presidente.

Nel paese regnò l’anarchia dopo che il Comitato perse la sua autorità. In preda al panico, si assistette ad una serie di stragi sanguinose a danno dei civili che non avevano fatto tempo ad evadere e fra questi fu ucciso anche un membro del Comitato. Chiusa questa dolorosa parentesi, si cercò di riportare la vita amministrativa del paese alla normalità attraverso la costituzione di una guardia nazionale che eliminasse le squadre e le funzioni dei comitati. Al loro posto si pose un consiglio civico e il magistrato municipale del 1848.

Negli anni che seguirono dal 1860 alla fine del secolo, da un punto di vista politico – amministrativo, a dominare la scena della vita sociale cittadina di Biancavilla rimasero sempre le solite famiglie benestanti. L’unità portò una serie di calamità che colpirono il paese dal 1878 al 1890. Diverse vittime causò il vaiolo nero nel 1878, il colera nel 1887 e la difterite nel 1890 ma non si registrarono molti decessi rispetto alle precedenti calamità, grazie soprattutto alle migliorate condizioni igienico – sanitarie del paese, all’aiuto del governo, del clero e all’abnegazione dei medici locali.

Si compirono varie opere : il miglioramento delle principali strade interne, la ristrutturazione del teatro comunale, l’illuminazione pubblica col petrolio per mezzo dei lampioni e candelabri di ferro; la progettazione e la costruzione del campanile della chiesa Madre. Si ottenne anche il sovvenzionamento per il corpo musicale cittadino, orgoglio dei biancavillesi, poiché veniva richiesto da molti paesi della Sicilia.

 

TURISMO

Il territorio ha le sembianze di un triangolo che ha la base nel fiume Simeto e il vertice nell’Etna. La sua superficie è costituita da piccoli vulcani, estinti in epoche remote, che hanno determinato nel sottosuolo la formazione di interessanti grotte, come quella degli Archi (ricca di stalattiti), di Rognone (famosa per l’eco), di Scilà (le cui pareti sono formate da pietra calcarea sonante aventi la forma di grandi lastroni o parallelepipedi). Dal punto di vista geologico è interessante la presenza del Monte Calvario oggi quasi interamente scomparso a causa del progresso edilizio.

Dal punto di vista monumentale si possono visitare la Chiesa Madre, la Chiesa di San Giuseppe, la Chiesa di Maria Odigitria, la Chiesa di San Francesco, la Chiesa di Montalto, la Chiesa di Maria Santissima dell’Annunziata, la Chiesa del Sacro Cuore, la Chiesa di Sant’Orsola, la Chiesa del Rosario, la Chiesa di Sant’Antonio da Padova e altre chiese minori.

La Chiesa Madre è dedicata alla Madonna dell’Elemosina. La chiesa è di origine seicentesca ma ha assunto l’attuale forma agli inizi del 1700. La chiesa trae il suo maggior valore artistico dalla presenza dell’ottocentesco campanile, opera dell’architetto milanese Carlo Sada, che progettò anche il rifacimento della facciata e della fiancata della chiesa.

Il campanile è suddiviso in tre ordini e la sua cella campanaria prevede la presenza di alcune statue, esattamente quelle dedicate a Santa Caterina, San Placido, San Zenone e San Giuseppe. L’interno della chiesa prevede una suddivisione in tre navate e la presenza di quattordici archi e di alcune opere d’arte a tema sacro, a partire dall’icona tardo bizantina dedicata alla Madonna dell’Elemosina, protettrice delle armi d’origine duecentesca dipinta su legno di cedro e inoltre una tela raffigurante San Zenone e altre reliquie portate dai profughi albanesi fondatori del paese. Bella la Cappella dedicata a San Placido.

La chiesa di San Giuseppe presenta un prospetto restaurato pochi anni addietro. Il quartiere di San Giuseppe prende nome da questa chiesetta, che un tempo era la cappella di famiglia dei Baroni Piccione, il cui palazzo sorge accanto.

Al suo interno è custodita la statua in cartapesta della Madonna dello Spasimo, che viene portata in processione la sera del Venerdì Santo.

La Chiesa di Maria Odigitria o Idria fu costruita intorno al 1640, il prospetto e il campanile sono in stile barocco, mentre il portale e la finestra centrale sono in pietra lavica. La finestra centrale del prospetto mostra una vetrata che rappresenta una copia della Trinità di Rublion.

La Chiesa di San Francesco dei Frati Minori appartiene all’omonimo convento accanto al cimitero. Fu costruita tra il 1681 e il 1692. Il portale e la finestra sono in pietra lavica. Lo stile lineare della facciata è del tutto differente dallo stile barocco che si può ammirare al suo interno.

La Chiesa di Montalto si trova nella contrada omonima. Un tempo in funzione, ora abbandonata e depredata di ogni cosa. Si trova a circa 900 metri sopra il livello del mare, alle pendici dell’Etna, circondata da boschi, vigneti e numerose villette per la villeggiatura.

La Chiesa di Maria Santissima dell’Annunziata si affaccia sulla piazza omonima e sul Monumento ai Caduti in guerra. Il prospetto della chiesa con il campanile è stato completato negli anni ’50 mentre la chiesa è del 1600, in stile barocco. Al suo interno preserva varie opere d’arte, a partire dai numerosi affreschi absidali dedicati, ad esempio, alla Presentazione al Tempio, allo Sposalizio di Maria, alla Fuga in Egitto. Tra gli altri affreschi preservati nella Chiesa ricordiamo anche quello dedicato al Martirio di S.Agata e quello che raffigura il Martirio di Sant'Apollonia presenti nelle pareti del transetto, all’incrocio della volta ci sono i quattro evangelisti, sulla volta della navata centrale sono raffigurati il profeta Ezechiele e il re Davide.

Infine, ricordiamo che la Chiesa preserva anche un quadro ad olio raffigurante S.Antonio Abate e custodisce la statua di Cristo alla colonna, che è portata in processione il venerdì santo.

Nelle vicinanze di questa chiesa c’è una necropoli con delle tombe e disegni risalenti all’età del bronzo.

La Chiesa del Sacro Cuore si trova in Via Cristoforo Colombo e si affaccia sulla piazza omonima. Di stile moderno, la sua costruzione risale a circa 30 anni fa. Il presbiterio è impreziosito con vetrate policrome a pannello ceramico.

La Chiesa di Sant’Orsola risale al XV° secolo, fu costruita in stile barocco. Si trova vicino al palazzo comunale in Via Vittorio Emanuele.

La Chiesa del Rosario si affaccia sulla centrale Piazza Roma. In stile barocco, è opera dell’architetto milanese Carlo Sada, che realizzò il prospetto prima del 1900 sull’antica facciata. Originariamente era una seicentesca chiesetta intitolata a San Rocco e solo verso la fine del 1600 essa cambiò nome e divenne la sede della congregazione del SS. Rosario. Essa va ricordata grazie ai suoi vari stucchi con temi floreali, al coro marmoreo e la Statua del Cristo alla Colonna.

La chiesa di Sant’Antonio da Padova risale al 1700.

La Chiesa di Cristo Re si trova nella periferia est della città, nel quartiere detto “Casina”. Chiesa di recente costruzione, venne iniziata nel 1935 in stile moderno.

La Chiesa della Badia o dell’Immacolata è in disuso dal 1950 circa. Anticamente accanto vi sorgeva un’abbazia, poi abbandonata e in rovina. Oggi vi si trova il collegio delle Orsoline. Il quartiere “Badia” prende il nome da questa chiesa abbandonata.

La Chiesa di Tutte le Grazie fu costruita nel 1783 e si trova nell’omonima via.

La Chiesa di Vadalato è conosciuta con i nomi di Badalato o Val d’Alato o Valle Allato o Vallelato. E’ situata a quattro chilometri ad est del paese, è stata recentemente restaurata, risale al 1830. La chiesa è formata interamente da una grande grotta lavica. Vi si venera la Madonna di Vallelata, rappresentata insieme a San Giuseppe con un grappolo d’uva ed il bambino con un mazzo di spighe.

La Villa delle Favare fu costruita da maestranze locali alla fine del settecento su commissione di Don Pietro delle Favare e collocata originariamente in aperta campagna nel punto più alto di un vasto terreno. La villa è organizzata secondo uno schema quadrangolare ed è costituita da un corpo principale, adibito ad abitazione padronale, posto in posizione assiale rispetto all’ingresso e dai locali adibiti a scuderie, magazzini e ad abitazioni dei contadini formanti due ali avanzanti a chiudere il cortile centrale.

L’ingresso principale, situato al centro dell’ala nord del complesso, è costituito da un ampio portale centinato, cui sovrasta lo stemma, scolpito in pietra calcarea, della famiglia dei Delle Favare. L’ala sud del complesso, adibita ad abitazione padronale, si caratterizza per la sobrietà delle linee architettoniche.

La fonte nord, prospiciente il cortile, è rimasta dalla aperture riquadrate da mostre in pietra da taglio finemente intagliate. Il prospetto sud, dominante i terreni circostanti presenta un partito centrale leggermente avanzato rispetto alla rimanente parte della fronte e definito lateralmente da lesene lisce. Uno stretto cornicione, cui sovrasta un breve attico, definisce superiormente il volume dell’edificio.

All’interno i vasti saloni, intercomunicanti tra loro, presentano camini ricchi di decorazioni e bassorilievi.

Lungo l’ala ovest del complesso sono ubicati i magazzini e le cantine, mentre l’ala est comprendeva le scuderie e le cucine. Nelle scuderie lo spazio interno è suddiviso da una successione di arcate su robusti pilastri, su cui s’imposta la struttura portante del tetto.

L’ala sud comprendeva i locali dell’amministrazione dell’azienda agricola e gli alloggi della servitù.

 

NUMERI UTILI

  • Municipio - Via Vittorio Emanuele n. 465 - tel. 095 / 7600111

 

FOTO

MUNICIPIO DI BIANCAVILLA    CHIESA MADRE DI BIANCAVILLA

 

FESTE ED EVENTI

Manifestazioni da ricordare sono la festa di San Placido, patrono del paese, che si tiene la prima domenica di ottobre. Si articola nella processione che porta per le vie del centro storico le reliquie del braccio di San Placido, martire benedettino, con l'offerta della cera e dei fiori da parte delle autorità civili e militari e l'esposizione del simulacro ligneo.

 

      

                                              

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