GRAVINA  DI CATANIA                                           

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 INFO

Il comune di Gravina sorge in una zona pianeggiante a 340 metri sopra il livello del mare.

Gravina di Catania conta circa 28.000 abitanti e dista circa una decina di chilometri da Catania, alla cui provincia appartiene.

Grosso centro agricolo, Gravina di Catania si distingue per la produzione di agrumi, olive, uva e mandorle.

Fiorente è l’artigianato locale che produce caratteristici oggetti di legno e pietra che sono esposti nell’annuale Fiera-Mercato dell’artigianato della pietra lavica, del legno e del cotto che si tiene ogni anno nel mese di ottobre.

La città di Gravina di Catania è suddivisa nei quartieri di Fasano, Gravina Centro e San Paolo.

  

 STORIA

Per ciò che concerne la storia di questo bellissimo comune non ci sono molte informazioni o iscrizioni o documenti che possano illuminare su quella che era la storia della terra de “Li Plachi”, com’era chiamata la località dove ora sorge Gravina di Catania. L’unica cosa certa è che le zone delle falde dell’Etna sono state occupate in epoca ellenistica e romana e n’è testimone il ritrovamento di una lucerna paleocristiana.

L’antico nome del paese deriva quindi dal siciliano “Prachi” che significa “plaghe, campagne” poiché esso era un casale contadino circondato da vaste aree agricole.

In origine il borgo appartenne alla giurisdizione del Principato dei Principi di Valguarnera.

La corona di Sicilia con l’imperatore Carlo V passò alla casa Asburgo di Spagna. Si successero Filippo II (1556), Filippo III (1598), Filippo IV (1621), Carlo III (1665) e Filippo V (1701).

Nell’anno 1644 sotto il regno di Filippo V, Girolamo Gravina acquisì il titolo di Principe Gravina per sé ed i suoi discendenti di sangue. Dopo il 1646 acquistò, per concessione della Regia Corte, la terra demaniale di Placa insieme con quella di Galermo; in conseguenza della “compra” le terre furono “infeudate in una al nuovo e unito impero”. Così la terra di Placa cambiò il nome in Gravina.

Nel 1669 Girolamo Gravina ricevette il Marchesato di Mompilieri e ottenne la nomina di pretore della città di Palermo.

L’origine della famiglia Gravina risale alla regia dinastia normanna.

Lo stemma della famiglia Gravina si può osservare nella Cattedrale di Catania: è uno scudo diviso; nel primo d’azzurro con due bande d’oro, dove in alto a sinistra possiamo ammirare una stella d’argento a dieci raggi; nel secondo con la banda scaccheggiata d’argento e di rosso di due file. Lo scudo è sormontato da un uccello Guaipa con il motto “Spero”, che potrebbe alludere alla successione al Regno di Sicilia come discendente della Reale Casa Normanna.

L’attuale stemma del comune di Gravina di Catania è rappresentato da due leoni che sorreggono un albero d’arancio con sette arance d’oro. Lo stemma è circondato da un ramo d’ulivo e di quercia legati insieme.

L’aggiunta “di Catania” fu necessaria per distinguere il comune siciliano da quello omonimo pugliese.

Il ritrovamento di una parte della strenna del 1870 (predica per le festività natalizie) del Vicario Don Biagio Giuffrida per i parrocchiani gravinesi, permette di acquisire notizie interessanti.

Le note della strenna non riportano la data della nascita della parrocchia, ma il riferimento al Vescovo Vincenzo Cutelli che governò la Diocesi catanese dal 1577 al 1589, pose l’avvenimento in quegli anni.

Le incisioni di qualche sacro vaso d’argento che si conserva nella parrocchia, come l’oliera battesimale, attestano l’impronta primitiva dello stemma originario del paese ove si osserva anche la bellezza naturale del paese.

Lo stemma originario di Plache era visibile in un cofanetto d’argento del seicento, che faceva parte del tesoro della Chiesa Madre. Il cofanetto ed altri oggetti andarono perduti.

Il significato dello stemma di Plache si confaceva alla natura fertile del territorio, tipica dei suoli vulcanici e la modesta altitudine rendeva il clima mite.

La fertilità era esaltata dalla presenza dell’acqua che sgorgava dalla fonte del Fasano o si poteva captare nelle falde freatiche poco profonde. Alla varietà della macchia mediterranea con ulivi, querce si univano le distese boschive. La denominazione “Barriera del Bosco” indica che un tempo in quella parte piedimontana iniziavano i boschi che coprivano i fianchi del vulcano e in essi trovava rifugio una ricca selvaggina.

Quel che è certo che nel 1845 in Gravina di Catania operava un Monte frumentario e presso la locale sede del Monte agrario era disponibile una buona somma ricavata dalla vendita del frumento in eccedenza.

In Sicilia, i Monti frumentari o agrari affiancavano l’istituzione dei Monti di Pietà che esercitavano il credito su pegno e assistenze di carità. I monti frumentari sorgevano nei centri agricoli e praticavano una speciale forma di credito in natura in favore dei contadini anticipando la quantità di frumento, o di altri cereali che erano necessari per seminare.

Il prestito delle derrate, dopo il raccolto, era restituito con l’aggiunta degli interessi.

Molti sono stati gli abitanti di Gravina di Catania che hanno seguito con apprensione l’evolversi dell’eruzione e dell’avanzare della lava del 1699. Su un piccolo basamento di pietra era stata costruita in gran fretta un’icona dinanzi alla quale le donne del villaggio chiedevano misericordia alla Vergine Maria e pregavano tutti i Santi per essere risparmiati dalla lava. Gravina di Catania fu salva e a ricordo dell’evento fu costruita nel 1751 la chiesetta di Santa Maria della Misericordia, detta anche “dei Santuzzi”. 

 

TURISMO

 

Dal punto di vista monumentale da visitare sono la Chiesa Madre, il convento di Sant’Antonello, il Monumento ai Caduti, diversi edifici religiosi, la bella villa comunale con l’anfiteatro.

La Chiesa Madre, dedicata a Sant'Antonio da Padova.

La restaurazione della Chiesa Madre di Gravina di Catania risale al 1852, anno in cui la solidità di questo sacro edificio fu compromessa. La chiesa era completamente sbilanciata da lato di mezzogiorno e minacciava di crollare, anche a causa di numerosi sepolcri che erano stati scavati intorno alle sue fondamenta.

Per quanto concerne la bellezza della chiesa, al di là delle colonne toscane, l’edificio era stato costruito senza seguire un ordine architettonico ben preciso, le finestrelle erano piccole e con i vetri spezzati e gli archi interni erano quasi tutti di svariate dimensioni. Le pareti erano sporche e l’acqua quando pioveva scendeva giù dai muri e sul mattonato.

Di fronte a questo stato degradante intervenne il Vicario Biagio Giuffrida che cominciò ad appellarsi sia ai parrocchiani stessi (con le elemosine) sia al Governo per riuscire ad ottenere un buon contributo per avviare i lavori di restauro. Ma entrambe le partecipazioni o altre donazioni non potevano certo concorrere con l’alto ammontare delle spese straordinarie cui si stava andando incontro.

Malgrado tutto ciò, nel 1851, furono stilati i progetti della pianta della chiesa e l’atto di appalto sanzionato dal vescovo; furono iniziati i lavori nominati come “le nuove opere di fabbrica” e “di stucco”.

Trentaquattro anni dopo il restauro di questa chiesa, portata a perfezione con il generoso aiuto del reverendo Vicario Biagio Giuffrida e con le elemosine dei fedeli, la notte del 03 giugno 1886, per un caso, prese fuoco l’altare e la statua del patrono Sant’Antonio, la statua di Maria Santissima Immacolata e la statua di Santa Rosolia nonché tutti gli oggetti e gli arredi sacri posti sull’altare. Della statua di Sant’Antonio è rimasta solo la testa.

Per fortuna la gente accorse per spegnere il fuoco e fu salvata la chiesa.

Quando l’incendio fu finalmente domato, si cercarono contributi volontari per “riprendersi dai danni provocati nella chiesa”, ma in un piccolo paese come era allora Gravina di Catania le elemosine degli abitanti non bastavano per far fronte alla ristrutturazione, così l’allora Sindaco Stanislao Paglieri scrisse una lettera alla Diocesi di Catania per chiedere aiuti all’Arcivescovo, mettendo in risalto la ristrettezza economica in cui vivevano gli abitanti del Comune di Gravina di Catania.

Un altro incendio, nel 1936, coinvolse la Chiesa Madre, recando gravi danni alla sagrestia, distruggendo armadi, porte e soprattutto arredi sacri di inestimabile valore e tutti i documenti della chiesa.

I lavori di restauro furono affidati all’ingegnere Sapio, il quale oltre alla revisione necessaria e indispensabile del tetto, che era stato arricchito con stucchi e dipinti ancor prima del primo incendio del 1886, e del riadattamento della sagrestia provvide a rifare la pavimentazione generale della chiesa ed alla sistemazione della gradinata esterna.

Sulla destra della costruzione sorge la torre campanaria che mostra un bell'orologio e una preziosa cuspide.

La facciata esterna della chiesa non presenta alcuna decorazione ma ha un ingresso sovrastato da due semi-lunette con al centro una grande finestra che ha la funzione di illuminare all’interno la navata centrale. Tutta la facciata della chiesa è contornata verticalmente da contrafforti che la innalzano verso l’alto fino a trovare il campanile, con la classica cupoletta a punta, alleggerito in tutte le quattro facciate da spazi ad arcata.

Prima di entrare all’interno, ci si può soffermare ad ammirare il portone di legno dell’ingresso, opera di un artigiano di Gravina di Catania. Quest’artista, ispirandosi alla composizione quattrocentesca di una porta a Firenze, creò dieci formelle in bassorilievi, che raffigurano i miracoli di Sant’Antonio in tutte le sue tappe più significative.

Entrando siamo attratti dallo scenario della Chiesa sovrastata da volte a crociera, separate ognuna da finestre e stucchi; nella parte centrale della chiesa buona luce proviene dalle alte finestre della facciata laterale. I vetri delle finestre furono sostituiti da vetrate istoriate che rappresentano alcuni passi del Vangelo e la finestra centrale, invece, raffigura Sant’Antonio.

Sotto la volta dell’abside, recentemente affrescata con figure di angeli, fu innalzato sull’altare maggiore un organo impiantato su una struttura lignea di colore dorato con fregi e rilievi del seicento.

Ai lati dell’altare maggiore sono state collocate due tele che rappresentano “La Parabola del Buon Samaritano” e “Gesù nella casa di Maria e Marta”.

Sulla destra, sull’ultima colonna della navata centrale, si può ammirare il pulpito del XVII secolo, che presenta nella sua parte inferiore bassorilievo da cui emergono le quattro figure degli evangelisti e nella sua parte superiore una corona floreale decorativa.

Le colonne che si prolungano sopra le arcate formano dei capitelli di stile ionico e nella navata di destra possiamo ammirare un dipinto che raffigura Sant’Antonio, che nasconde una nicchia con la statua del Santo.

Da questa navata si può raggiungere lungo il muro della sagrestia la cappella del Crocifisso, che accoglie sulla parete centrale un grande crocifisso ligneo del seicento. La sofferenza e il dramma della figura di Cristo è messa in risalto dallo scenario di fondo con un grande cielo e con tre croci sulla destra. Sulla parete dei sinistra della stessa cappella troviamo un dipinto che raffigura “La Madonna Addolorata” mentre su quella di destra troviamo una stampa della “Sacra Sindone”, donata alla Chiesa da Papa Luigi XIII nel 1883, che porta la firma e i sigilli del pontefice

Possiamo ammirare un altare sopra cui spicca una grande tela del 1886, che raffigura la morte di San Giuseppe e avvicinandoci alla navata sinistra ci si imbatte in due tele: una rappresenta “Sant’Agnese, Sant’Agata e Santa Lucia sotto la protezione della Madonna con il Bambin Gesù” e la seconda rappresenta “La Madonna del Carmelo”.

Da notare, ancora, nella Chiesa Madre sono i medaglioni del tetto della chiesa affrescati nel 1936 in onore di Sant’Antonio e il busto di marmo di Don Biagio Giuffrida.

Altro monumento sacro di un certo valore storico è il piccolo monastero benedettino di Sant’Antonello, fondato nel 1665 e miracolosamente risparmiato dall’eruzione del 1669; un monumento che meriterebbe di essere recuperato e salvato dalla decadenza e valorizzato.

L’esterno del convento di Sant’Antonello si presenta come un blocco di alte muraglie, dove si distinguono finestre rettangolari. In corrispondenza dell’ingresso, proprio sotto, sul pavimento in pietra lavica, si legge la data del 1665, ovvero l’anno in cui i monaci benedettini costruirono questo convento.

Dalla porta principale, priva di ornamenti, si può accedere in un largo piazzale, collegato a sinistra con dei casolari realizzati con la funzione di magazzini e di stalle, e a destra con tutto il convento. Si può osservare inoltre che il convento dispone di una terrazza, al centro della quale vi è un piccolo pozzo ricoperto da mattoni di maiolica, simile ad un chiostro nelle sue caratteristiche, ma senza presenza di archi.

In corrispondenza del muro destro tra due colonne ricolorate in pietra lavica e pietra bianca fissate da una struttura muraria, si apre su alcuni scalini un ampio davanzale.

In quest’ampio balcone, davanti alla ringhiera di fondo, si trova un busto di marmo che raffigura Sant’Agata come ringraziamento per aver risparmiato il convento dal fuoco lavico del 1669, mentre sul muro di questo balcone si trovano due meridiane dipinte a secco e molti finestroni, che conducono alle stanze del convento.

La cappella, incorporata nell’edificio del convento, si compone di una piccola sala con una semplice navata, che sulla superficie delle pareti non conserva alcuna traccia di pittura.

Sull’unica parete centrale si può ammirare un altare di marmo.

La Chiesa, che è chiusa al culto da anni in quanto trasformata in proprietà privata, è sempre stata aperta in passato per la celebrazione della Santa Messa fino a quando vi abitavano i monaci benedettini, i quali la domenica suonavano la piccola campana, situata alla sommità della cappella, per richiamare i contadini e gli abitanti dei villaggi vicini.

Questo complesso conservava intatto un palmento, dove su una pietra lavica troviamo iscritta la data del 1727, anno in cui si presume sia avvenuta la ristrutturazione dell’edificio.

La Chiesa di San Bernardo di Chiaravalle fu edificata intorno al 1970 nel quartiere di Fasano.

Svettante su di uno sperone di una colata lavica del 1381, la chiesa parrocchiale di San Paolo apostolo è stata edificata a partire dal 19 febbraio 1978. L'interno si presenta a forma di gigantesca losanga con due ingressi principali al vertice dei quali, sotto una vetrata che ricorda il Battesimo di Nostro Signore vi è una fonte battesimale. L'abside è composta da una vetrata che si sviluppa in altezza ed arriva al punto più alto della chiesa, ove sono raffigurati un Cristo benedicente, degli angeli e una colomba simboleggiante la pace.

Anticamente chiamata Chiesa del Sacramento, la chiesa di Sant’Antonio Abate venne costruita intorno al 1802. Situata nella centrale Via Etnea presenta un portale in legno.

La chiesa di Santa Maria della Misericordia, detta anche dei "Santuzzi", fu costruita nel 1751. Situata perifericamente al paese sulla strada che porta a San Giovanni Galermo (popoloso quartiere di Catania), è stata lasciata un po' in abbandono per anni fino a quando non è stata ristrutturata ad opera di un misterioso benefattore forestiero.

Situata lungo la Via Etnea, a nord del paese, la chiesetta SS del Rosario fu costruita nel 1870 ed ebbe come primo Vicario Monsignor Biagio Giuffrida. Da notare il portale ligneo tipico delle chiese del centro storico gravinese.

La Chiesa dei Monti Arsi si trova all'interno del Cimitero comunale di Gravina, è stata recentemente restaurata e riaperta al culto, vi si celebrano principalmente messe in suffragio dei defunti.

Situata sulla Via Roma, anticamente detta "delle anime del Purgatorio",  nel punto in cui essa incrocia la Via Umberto I, e quindi in pieno centro storico, la chiesa di San Giuseppe è Ottocentesca. Importante notare il portale ligneo d'ingresso, dove le dieci formelle in legno rappresentano la vita del Santo a cui è dedicata.

Sono degni di menzioni anche i parchi comunali, e più precisamente il Parco Giovanni Falcone, Parco San Paolo, Parco di Padre Pio, Parco Paolo Borsellino.

Il Parco Giovanni Falcone si trova nel popoloso quartiere di Fasano a sud di Gravina, ed è delimitato dall’incrocio tra la Via Aldo Moro e la Via Giuseppe Simili.

Tra i suoi viali e le aiuole ci sono diverse attrazioni soprattutto per i più piccini.

Il Parco San Paolo fu realizzato lungo la Via San Paolo, nel tratto che incrocia la Via Zangrì, vicino al lungo Ponte San Polo della tangenziale. Il terreno in prevalenza lavico è stato attrezzato con una serie di viali  che attraversano pini e querce dandogli un aspetto tipicamente del luogo.

Il Parco di Padre Pio si trova all’angolo tra la Via Gramsci e la Via Vittorio Emanuele. E’ intitolato al frate di Pietralcina, del quale si può ammirare la statua.

Il Parco Paolo Borsellino è situato nel cuore del centro storico lungo la Via Roma. Realizzato negli anni Ottanta si compone di diverse parti accessibili ognuna da diversi ingressi ma tutte comunicanti tra loro attraverso una serie di sentieri da cui ammirare vegetazione rigogliosa soprattutto pini, querce, eucalipti, palme, ulivi e altri arbusti tipici della zona. La prima parte è composta da una gigantesca costruzione messa in piedi su di una collina che sovrasta un prato verde, circondato da alberi di magnolia e tiglio, e da una fontana con finta cascata alle spalle. E' la parte di più antica realizzazione che sfrutta una vecchia dimora patrizia, impreziosita da stucchi, adornata da anfore di terracotta e pavimentata in cotto tipico locale, dove all'interno sono state ricavate più stanze, un grande salone che funge da sala convegni intitolata all'artista catanese Emilio Greco ed un palmento lasciato intatto con le travi di legno e le canne con il loro potere termico. Una seconda parte del parco è attrezzata per manifestazioni all'aperto e presenta un anfiteatro su pianta greco-romana, capace di 1200 posti a sedere. Attraverso rampe di accesso e un'area pavimentata in basolato lavico si accede alle altre strutture ricreative presenti consistenti in una zona adibita allo svago dei più giovani con giochi per i più piccini e un campo da calcetto con tribunetta per gli spettatori.

La terza parte, compresa fra le due precedenti, è composta da un prato in erba che accoglie un monumento alla memoria di Paolo Borsellino, a cui è intitolato il Parco.

Il Centro Civico è stato realizzato alla fine degli anni Novanta ed ha conglobato sempre più nuove funzioni, dai servizi comunali all’Auditorium “Angelo Musco” realizzatovi, sino alla biblioteca comunale.

Collocata all’inizio della Via Gramsci, nel punto in cui si dirama dalla Via Etnea, la fontana che vi fu installata al centro attira l’attenzione dei passanti ed in passato fu oggetto di critiche e di polemiche colorite perché non è la classica fontana quanto piuttosto un’opera senz’altro originale. Essa vuole essere un omaggio a due delle più significative risorse naturali che può vantare la provincia di Catania : il mare e il vulcano. La parte centrale è dominata da una grande scultura in pietra lavica raffigurante l’Etna sostenuta da un pilastro metallico nascosto da un getto d’acqua che invece rappresenta il mare.

Gli Obelischi sono situati alla periferia sud-orientale del comune di Gravina in un punto in cui si incontrano il comune di Sant'Agata Li Battiati, il quartiere periferico a nord di Catania della Barriera del Bosco, Canalicchio (frazione del comune di Tremestieri Etneo) e il comune di Gravina appunto, sono considerati una delle "porte storiche" di accesso alla cittadina. I due obelischi recano ciascuno una lapide, quello di destra riferisce l'altimetria di luoghi che si trovano lungo la strada che sale verso l'Etna, quello di sinistra ha incisa invece l'intenzione dell'allora Ente Provinciale, nella persona di Alvaro Paternò Castello, di rendere praticabile e più agevole il trasporto di cose e persone verso la montagna, la lapide reca l'anno 1835 durante il regno di Ferdinando II di Borbone.

Tra le piazze comunali da ricordare Piazza Francesco d’Assisi, Piazza Primo Maggio, Piazza della Libertà.

Piazza Francesco d’Assisi è antistante la chiesa di San Paolo e ha assunto l’attuale denominazione in onore del patrono ditali. Presenta al centro un’area attrezzata a verde e provvista di panchine che ne fanno un mini giardino. E’ la piazza principale del quartiere San Paolo.

Piazza Primo Maggio è situata a nord del centro storico di Gravina sulla centrale Via Etnea, è intitolata al giorno in cui è tradizione festeggiare il lavoro e celebra, con un monumento ai Caduti del secondo conflitto mondiale, coloro che hanno "lavorato" per la Patria difendendola sacrificandosi per essa.

Piazza della Libertà è la piazza più importante situata nel cuore del centro storico. La Via Etnea la taglia in due porzioni. La più piccola accoglie una fontana, la parte più grande è attigua alla Chiesa Madre nel suo lato nord.

La fontana di Piazza Libertà venne realizzata alla fine degli anni novanta a sostituzione di una già preesistente. La fontana rappresenta una cascata d’acqua che si fa strada su una montagnola di pietra lavica, entrambi simboli della provincia di Catania.

Il primo momento storico, importante per lo sviluppo della città di Gravina di Catania, fu la costruzione della Casa del Comune su un terreno concesso ad enfiteusi dal Cavalier Vincenzo Abbattelli. Questa casa comunale fu definitivamente completata nel 1847, quando in carica c’era il Sindaco Antonino Rapisarda.

Nei primi vent’anni di attività fu risolto il problema della sistemazione stradale del territorio, portato avanti dal Sindaco Orazio Distefano nel 1830, che rese possibile la realizzazione del tratto Mascalucia-Gravina di Catania, completato poi nel 1839 sotto il Sindaco Francesco Saverio Giuffrida. Altra opera stradale è la riattivazione del tratto detto “delle anime del Purgatorio” ora Via Roma che collega Gravina di Catania e Tremestieri Etneo per opera del Sindaco Antonino Pugliesi nel 1843.

 

NUMERI UTILI

  • Municipio - tel. 095 / 7199111

 

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ANFITEATRO DI GRAVINA DI CATANIA

 

FESTE ED EVENTI

 

La Festa di Sant’Antonio che a Gravina di Catania si svolgeva il sabato, la domenica e il lunedì dell’ultima settimana di luglio, ha un significato religioso e sacro di autentica e antica radice popolare.

Infatti, questa festa è molto sentita dal popolo di Gravina di Catania e, soprattutto, era sentita un tempo dalla gente dei pozzi (pozzari).

La festa cominciava il sabato quando tutta la via principale era illuminata dalle “lumere” ed i pozzari e gli agricoltori che normalmente lavoravano alla Pana, avevano fatto ritorno nelle loro case, con la processione della reliquia del Santo per le vie minori (ad esempio Via Francesco Crispi e Via Taglieri).

E la sera, sempre del sabato, si assisteva al “gioco del fuoco” che era caratterizzato da una gara pirotecnica tra i quartieri del paese: il quartiere della “A’ chiazza” e il quartiere della “A’ sciara”.

La domenica, all’interno della chiesa erano celebrate sin dalle sette del mattino preghiere e messe e per tutto il giorno vi si recava gente anche dai paesi limitrofi.

Alle 18.30 tutte le strade, illuminate dalle “lumere” risuonavano di voci, che cantavano l’inno di Sant’Antonio, poesia del Vicario Biagio Giuffrida, musicata per banda dal Prof. Giuseppe Malerba nel 1873 mentre il Santo attraversava le strade principali del paese.

Il percolo era trainato dagli uomini e faceva poi di nuovo ritorno nella chiesa.

La serata si concludeva con spari e giochi pirotecnici.

Il lunedì, il discorso religioso si limitava solo agli abitanti di Gravina di Catania. La festa era ripetuta con il suo tradizionale rito, con i canti e le preghiere, con la banda che suonava fino a tardi.

Oggi, sembra scomparso, l’uso di preparare, soprattutto con spirito religioso, i giorni dedicati a Sant’Antonio.

Innumerevoli sono le tradizioni in una terra dove nei secoli passati hanno dimorato Greci, Romani, Arabi, Spagnoli, Normanni e Svevi.

Un mestiere per il quale i gravinesi erano rinomati è quello, antico, dei “pozzari”, in altre parole dei costruttori di pozzi, dei cercatori dell’acqua.

Alle origini colui che promosse la ricerca dell’acqua nel territorio di Gravina di Catania fu il Duca Carcaci. Era, inoltre, chiamato in tutta la Sicilia un certo Attilio Olivieri perché aveva nozioni di geologia e forniva ai pozzari i primi ragguagli circa la struttura del terreno. Girava per le campagne, segnalava il posto e la natura della zona.

Poi, in quel momento, iniziava l’opera dei maestri di pozzo. Il pozzaro diceva quanto doveva essere il diametro della buca che doveva essere scavata e s’iniziava a scendere.

Se, ad un certo punto, il terreno era friabile, si costruivano delle strutture che con il loro peso facevano scendere la superficie della sabbia e si poteva continuare a lavorare.

Se s’incontrava la pietra lavica non occorreva nulla.

Agli inizi, quando la tecnologia era sconosciuta, si scavava con le mani, con la pala, con la mazza ed il piccone: se si trovava la lava, per fare i buchi e mettere dentro la dinamite, si usava un palo d’acciaio. Si potevano fare tre o quattro buchi, dentro vi si metteva la dinamite e poi si faceva scoppiare.

Per salire il materiale si faceva girare a mano un argano rotondo che sospendeva un cestello. Questi cestelli non erano riempiti assai perché dondolavano e si temeva la caduta del materiale. Quando mancava l’aria si usavano delle ventole a mano con un tubo di latta che scendeva fino in fondo. Per il buio si usava la lumiera.

Un’altra attività a Gravina di Catania, oltre la professione dei pozzari, un tempo era quella degli intagliatori della pietra e soprattutto del legno, con una rilevante produzione delle “candelore”, altari e simulacri, con un lavoro di cesello eseguito a mano, un’attività che oggi purtroppo non impiega quasi più nessuno.

 

 

      

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