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CANI DI BANCATA
testo e regia Emma Dante
scene Emma Dante e Carmine Maringola -
costumi Emma Dante
con (in ordine alfabetico)
Sandro Maria Campagna,
Sabino Civilleri,
Vincenzo Di Michele, Salvatore
D’Onofrio, Ugo Giacomazzi, Manuela Lo Sicco,
Carmine Maringola, Stefano Miglio,
Alessio Piazza, Antonio Puccia, Michele Riondino
produzione CRT Centro di Ricerca per il
Teatro
in collaborazione con Palermo Teatro
Festival
Emma Dante in prima
linea contro la mafia
con Cani di bancata,
spettacolo ospite di nuovoteatro
23/04/2007
Graditissimo ritorno
sulle scene del Teatro Stabile quello di Emma Dante, che nell’ambito del
cartellone di nuovoteatro, dedicato agli autori contemporanei,
presenta la sua ultima creazione Cani di bancata, una vibrante
denuncia contro la mafia di cui firma testo, regia, costumi, nonché le
scene disegnate in tandem con Carmine Maringola. Questa produzione
realizzata dal Centro di Ricerca per il Teatro in collaborazione con
Palermo Teatro Festival, schiera un qualificato cast di interpreti che
annovera (in ordine alfabetico) Sandro Maria Campagna, Sabino Civilleri,
Vincenzo Di Michele, Salvatore D’Onofrio, Ugo Giacomazzi, Manuela Lo
Sicco, Carmine Maringola, Stefano Miglio, Alessio Piazza, Antonio Puccia,
Michele Riondino.

I “cani di bancata” sono
gli animali che aspettano, sotto ai banchi dei mercati, il cibo di
scarto lasciati dagli ambulanti alla fine della giornata di lavoro. Un
termine siciliano che significa metaforicamente parassita,
approfittatore. E questo è il titolo che la Dante ha scelto per la prima
tappa di un più ampio progetto che racconta della sua terra natale. Dopo
la violenta messinscena del sacro con La scimia, la liquorosa
rappresentazione dell’omosessualità con Mishelle di Sant’Oliva,
la primordiale e uterina ricerca sul mito con Medea, la
passionale e commovente indagine sulla famiglia con mPalermu,
Carnezzeria, Vita mia, quasi tutti ospitati dallo Stabile
etneo, l’autrice palermitana affonda il coltello drammaturgico e
registico in una piaga secolare.
«In
un'isola del Nord di un'Italia capovolta – spiega lei stessa nelle note
di regia - c'è una città madrìce, un luogo primario. Un utero che cova
spiritualità, violenza, desiderio, vendetta, ansia di potere. Nella
Sicilia fredda e avvolta dalla nebbia, abita un popolo che parla un
gergo segreto, accompagnato da ammiccamenti, da gesti con le mani, la
testa, gli occhi, le spalle, la pancia, i piedi. Un popolo capace di
fare tutto un discorso senza mai aprire bocca. Nel mezzo di questo
feudo, il cuore di un potere grandissimo è una mappa che segna i
confini: l'Italia vista dall'alto, da una visione satellitare, è
spartita, spaccata, insanguinata. Questa mappa è come il palcoscenico di
un teatro di tragedia dove dall'alba alla notte si stipulano patti e si
scelgono gli assassini. Una cosca, una nassa, un partito, una società,
una fratellanza: una Famiglia. Si può finire in questo recinto per
nascita, per paura, o per amore. Figli, mogli, mariti. Gente nata in
mondi diversi, che una volta attratta in questo recinto, contrae un
vincolo eterno. Tutto quello che sei stato, non devi esserlo mai più.
Adesso sei dentro, e dovrai comportarti esattamente come loro. Dovrai
essere un uomo. Senza rimorso né paura, mai».
Ma nel
“recinto” si può entrare anche per un’altra via, spiega ancora
l’artista: «Si può essere scelti, selezionati per le proprie qualità ed
entrare in questo modo a far parte del sistema. Il coraggio, la
spregiudicatezza, la fedeltà. Servono alcuni requisiti per poter essere
introdotti. Primo fra tutti non avere il marchio di infamia. Né essere
parente di infami, o di gente che abbia portato una divisa. Troppo
rischioso. Quando qualcuno viene affiliato si consegna per sempre.I
legami che tengono insieme le persone sono indissolubili, i patti
infrangibili. Non ci si può sottrarre, non si torna indietro.
E' un'appartenenza
selvaggia, di mandria. Chi esce dalla mandria, muore. Poi vengono le
regole. Che non possono essere calpestate, che non accettano deroghe di
nessun tipo. Che prevedono rituali. Che sono diverse per gli uomini e
per le donne. Le regole sono stabilite da sempre, sono la tradizione che
si tramanda. Alcune sono diventate addirittura incomprensibili, gesti
che si ripetono da secoli, uguali a se stessi. Non servono a niente,
tranne a ribadire una fedeltà. Questo popolo silenzioso con i coltelli
in mano è seduto attorno a un tavolo imbandito, si spartisce l'Italia e
se la mangia a carne cruda».
A cura di Lucio Di Mauro
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