|
Al via nuovoteatro con una
riflessione sull’amore di Fassbinder
LE LACRIME
AMARE DI PETRA VON KANT
di Rainer Werner Fassbinder -
Traduzione Roberto Menin
regia Antonio Latella
Ideazione ombre Massimo Arbarello e
Sebastiano Di Bella
con Laura Marinoni, e Silvia Ajelli,
Cinzia Spanò, Sabrina Iorio, Stefania Troise, BarbaraSchröer
e gli animatori d’ombre
Massimo Arbarello e Sebastiano Di Bella
Tante
e articolate le proposte della quarta edizione di nuovoteatro,
vero e proprio cartellone parallelo della 49° stagione del Teatro
Stabile di Catania. L’impaginazione di nuovoteatro propone un
intrigante itinerario di 12 titoli che affonda nella drammaturgia e
nelle problematiche dei nostri giorni. Un invito per tutti ad aprirsi
alle nuove emozioni del teatro contemporaneo. E un’occasione per
apprezzare una folta carrellata di prestigiosi registi e interpreti.
All’Ambasciatori
si è aperto con uno spettacolo
che ha fatto registrare un vivissimo interesse, ottenendo un clamoroso
successo nelle principali piazze italiane,
Le lacrime amare di Petra von Kant
del regista e autore tedesco
Rainer Werner Fassbinder, proposto nella traduzione di Roberto Menin. La
regia è dell’incisivo e audace Antonio Latella,
scene e costumi sono di Annelisa
Zaccheria, disegnatore luci Giorgio Cervesi Ripa, suono Franco Visioli,
ideazione ombre Massimo Arbarello e Sebastiano Di Bella. Protagonista
Laura Marinoni, una delle attrici tra le più interessanti e apprezzate
della scena italiana, per la sua poliedricità e potenza espressiva.
La affiancano
Silvia Ajelli, Cinzia Spanò, Sabrina
Iorio, Stefania Troise, BarbaraSchröer, insieme ai citati ideatori e
animatori d’ombre Arbarello e Di Bella.
I Teatri Stabili dell'Umbria e di
Torino, in collaborazione con Théâtre National Populaire TNP
Villeurbanne di Lione, producono insieme, nella stagione 2006-07, uno
spettacolo di particolare interesse e fascino, esaltando un testo
estremamente attuale, acuto scandaglio psicologico di tre figure
femminili, capaci di suscitare nello spettatore reazioni contrastanti,
passando dall’astio all'umana comprensione. Fassbinder, figura
fondamentale del rinnovamento culturale del dopoguerra tedesco ed
europeo, opera un'analisi lucida e disincantata dell’amore nella nostra
società: nelle relazioni di coppia si rispecchiano i più generali
“rapporti di potere” della società capitalista, che impediscono una
devozione sincera, disinteressata e soprattutto un equilibrio reale tra
i partner, inevitabilmente divisi da differenze di classe, cultura,
disponibilità economica.
Le lacrime amare di Petra von Kant
rappresenta un banco di prova ideale per Antonio Latella, regista
particolarmente attento ai nuovi linguaggi e all’innovazione della
scena, che ha ricevuto in questi anni numerosi premi e riconoscimenti, e
può vantare anche una rilevante presenza di sue opere all’estero; molti
teatri europei, specie francesi e tedeschi, seguono da tempo con
curiosità e attenzione il suo lavoro.
Il percorso di nuovoteatro
prosegue con Le storie del
Signor Keuner di Bertolt
Brecht, uno spettacolo firmato da Moni Ovadia e da Roberto Andò, nel
cinquantenario della morte dell’autore, scomparso nel 1956;
Finale di partita,
nel centenario della nascita di Samuel Beckett, che cade pure nel 2006;
regista e interprete principale Franco Branciaroli, artista di
straordinario prestigio; Migliore, una novità scritta e
diretta da Mattia Torre per il talento di Valerio Mastandrea: monologo
comico sulla singolare vicenda di un uomo “buono” che per un caso assai
perverso (l’assoluzione da un reato di cui è colpevole) muta d’avviso e
diventa cattivissimo. Inedito è pure Non raccontateci favole,
banco di prova per le rivelazioni televisive Caterina Guzzanti e Paola
Minacciosi, autrici del testo insieme ad Andrea Zalone, regia di Valeria
Talenti.
Pippo Delbono e la sua Compagnia portano
due produzioni di respiro europeo: il nuovissimo Questo buio
feroce
e il pluripremiato Urlo, scene di Philippe
Marioge. “Attore musicista”, come egli stesso si definisce, Delbono
stigmatizza senza veli la società contemporanea, attraverso l’invenzione
di un originale linguaggio fisico-vocale e una drammaturgia che fonda
dramma, musica e danza, ispirandosi alla struttura del concerto.
Eumenidi è un testo che
Vincenzo Pirrotta, inimitabile “cuntista”, ha elaborato da Eschilo e
dalla traduzione di Pier Paolo Pasolini. Sua è pure la regia realizzata
con la collaborazione di Pasquale De Cristofaro. Ancora nel mito
classico affonda le radici
Lei dunque capirà,
recente creazione di uno scrittore e maître à penser come
Claudio Magris, che riflette
sull’archetipo di Orfeo ed Euridice; la regia è di Antonio
Calenda, il monologo è affidato a Daniela Giovanetti.
Un regista dalle rare capacità
introspettive come Walter
Pagliaro propone una modernissima rilettura della Fedra di
Racine nella traduzione di Ungaretti; protagonista è l’intensa Micaela
Esdra.
Né potevano mancare gli autori
siciliani, due in questa edizione, presenti entrambi con vibranti
denunce contro il fenomeno mafioso. Il catanese Nino Romeo firma testo e
regia di Dollìrio, una prima assoluta interpretata da
Graziana Maniscalco e dallo stesso Romeo. La palermitana Emma Dante -
punto di riferimento della nuova drammaturgia siciliana, con ampi
riconoscimenti a livello internazionale - ritorna con Cani di
bancata, lavoro corale di cui è autrice, regista, costumista, e
anche scenografa insieme a Carmine Maringola.
A CURA DI
LUCIO DI MAURO
|
|
IL MERCANTE DI VENEZIA
di William Shakespeare
traduzione di Masolino
d’Amico - adattamento e regia di Luca De Fusco
con Eros Pagni, Gaia Aprea, Max
Malatesta, Sebastiano Tringali, Giovanni Calò,
Cosimo Coltraro, Piergiorgio Fasolo,
Daniele Gonciaruk, Nunzia Greco,
Giuseppe Infarinato, Giovanna Mangiù,
Stefano Scandaletti, Enzo Turrin
Dopo la novità assoluta Opéra
Comique, coprodotta dagli Stabili catanese e friulano, la 49a
stagione del teatro etneo presenta un’altra importante e recentissima
produzione, Il mercante di Venezia, realizzata stavolta insieme
al Teatro Stabile del Veneto e alla Fondazione Atlantide-Teatro Stabile
di Verona. Eros Pagni guida il quartetto dei magnifici protagonisti che
annovera con lui Gaia Aprea, Max Malatesta e Sebastiano Tringali. La
messinscena si avvale della nuova traduzione di Masolino d’Amico, la
penetrante regia di Luca De Fusco, le belle scene di Antonio Fiorentino
e i raffinati costumi di Vera Marzot.
L’allestimento, subito accolto da
caloroso successo, è stato varato in collaborazione con l’Estate
Teatrale Veronese, di cui Shakespeare è, com’è noto, il grande
protagonista. Il Festival scespiriano di Verona si è gemellato quest’anno
con quello di Stratford-upon- Avon e ha aperto con questo Mercante
la sua 58a edizione, inserita appunto nell’ambito dell’Estate Teatrale
organizzata dall’Assessorato allo Spettacolo del Comune al Teatro
Romano, dove la pièce ha debuttato in prima nazionale ed esclusiva per
l’estate il 12 luglio. Con l’avvio della stagione 2006-2007 lo
spettacolo viene ora programmato sui palcoscenici degli enti produttori
e delle più importanti piazze italiane.
Il regista Luca De Fusco vede un
Mercante raccontato come un film misterioso e malinconico,
ambientato in una Venezia esotica, città di traffici, spie e
avventurieri, più simile a Macao, Hong Kong o Casablanca che
all’immacolata città d’arte impressa nella memoria.
“Per quale ragione - si chiede il
regista Luca De Fusco - un infallibile genio teatrale come Shakespeare
conclude la trama del Mercante nel quarto atto, ma invece di
calare il sipario ne scrive un altro intero, in cui sembra non avere
molto altro da aggiungere e divaga, parlando di musica e anelli ? La
domanda mi tormentava durante i mesi di studio di questa regia,
facendomi sentire come un detective che cerca di decifrare il “vero”
significato del Mercante. Durante tale work in progress mi sono
reso conto di aver finalmente trovato la risposta. Shakespeare non
conclude il Mercante con il quarto atto, perché non ha inteso
raccontare solo la storia di Antonio e Shylock ma anche quella di
Porzia. E vuole riaffermare la superiorità del gioco sui traffici, della
fantasia sulla realtà. Ecco perché conclude questa sua parabola sulla
inafferrabilità del reale con l’affascinante quinto atto, dal
significato più che mai inafferrabile. Ecco perché la fine di Shylock
non coincide con la fine della commedia. Alla fine di una lunga indagine
su un testo così affascinante, una sorta di prisma sfaccettato in cui
non si finisce mai di scavare, mi sono trovato in mano ciò che non avevo
certo immaginato all’inizio: un atto d’amore verso l’arte,
l’immaginazione, in definitiva, il teatro”.
A CURA DI
LUCIO DI MAURO
|
|
Il Teatro Stabile di Catania
PROGETTO CASTELLO
URSINO
in
collaborazione con Comune di Catania - Assessorato
alla Cultura
Università di Catania
Facoltà di Lettere e Filosofia - Facoltà di Lingue e Letterature
straniere


ANTONIO E CLEOPATRA
di William Shakespeare
traduzione di Salvatore Quasimodo
regia di Lamberto Puggelli
scene e costumi di Luisa Spinatelli
musiche di Alessio Vlad
movimenti coreografici Marise Flach
con Massimo Foschi e Mariella Lo
Giudice
CONVEGNO
“Come acqua nell’acqua”
Antonio e Cleopatra
nella drammaturgia di W. Shakespeare
interverranno tra
gli altri:
Paolo Bosisio,
Masolino d’Amico,
Dario Del Corno,
Keir Elam,
Fernando Gioviale,
Franco Quadri,
Alessandro
Serpieri, Stanley Wells
Monastero dei Benedettini,
Anglisti e critici teatrali al convegno ospitato il 6 e 7 ottobre nell’ex
Monastero dei Benedettini e realizzato in collaborazione con
l’Assessorato alla Cultura e le due Facoltà di Lettere e Lingue.
L’arte sposa
l’arte. Il grande teatro sposa le grandi opere architettoniche,
sedimento di storia e cultura. I beni culturali materiali e immateriali
si fondono in proficua sinergia, nell’ottica di una mirata promozione,
volta a valorizzare la fruizione artistica del patrimonio monumentale.
Questo l’intendimento, questi gli obbiettivi di “Progetto Castello
Ursino”, articolata iniziativa promossa dal Teatro Stabile di Catania
abbinando all’evento spettacolare giornate di studio e approfondimento.
Nell’ambito del progetto, dal 28 settembre al 9 ottobre, la messinscena
en plein air della tragedia Antonio e Cleopatra, che è
stata realizzata proprio nella corte medievale del sontuoso maniero
federiciano che sorge nel cuore di Catania. «La spinta a portare la
rappresentazione fuori dal palcoscenico tradizionale, diversificando i
siti del rito teatrale, trova un’alternativa ideale nella corte
medievale del maniero federiciano che costituisce uno dei monumenti più
rappresentativi della città», spiega il direttore del TSC Orazio Torrisi.
Il progetto è stato avviato dallo
Stabile nel 2001 con l’allestimento di Romeo e Giulietta: la
tragedia che il Bardo dedica all’amore adolescenziale, mentre Anthony
e Cleopatra approfondisce il tema dell’amore senile. La regia è
ancora di Lamberto Puggelli, scene e costumi sono di Luisa Spinatelli,
le musiche di Alessio Vlad, i movimenti coreografici di Marise Flach;
protagonisti Massimo Foschi e Mariella Lo Giudice, affiancati da un
nutrito cast di oltre quaranta elementi che annovera ancora gli attori
Gianfranco Alderuccio, Giuseppe Bisicchia, Alessandro Conte, Evelyn Famà,
Giampaolo Romania, Rosario Minardi, Franco Mirabella, Fabio Monti, Salvo
Piro, Davide Sbrogiò, Angelo Tosto,Manuela Ventura, i musicisti Bruno
Simone, Mario Filetti, Giuseppe Mobilia e gli allievi della Scuola
d’arte drammatica “Umberto Spadaro”.
Rinomati studiosi, anglisti ed esperti di drammaturgia, sono intervenuti
al convegno che si è tenuto a Catania il 6 e 7 ottobre 2006, in
concomitanza delle rappresentazioni. Hanno presenziato Paolo Bosisio,
Masolino d’Amico, Dario Del Corno, Keir Elam, Fernando Gioviale, Franco
Quadri, Alessandro Serpieri, Stanley Wells. Il convegno, dal titolo
“Come acqua nell’acqua” – Antonio e Cleopatra nella drammaturgia
scespiriana, è stato organizzato dal Teatro Stabile in
collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune, la Facoltà di
Lettere e Filosofia e la Facoltà di Lingue straniere dell’Università di
Catania. Il convegno si è svolto proprio nella sede delle suddette
Facoltà, in un altro importante manufatto storico, l’ex Monastero dei
Benedettini, pregevole esempio dell’architettura barocca catanese
A CURA DI
LUCIO DI MAURO
|
|
Vizzini -
Manifestazioni Verghiane 2006
18/07/2006

Presentato nell’antica cornice della
Cappella Bonaiuto,
il calendario delle
Manifestazioni Verghiane che -
tra musica, incontri, opera
lirica e teatro - si svolgeranno
a Vizzini, il borgo
di Giovanni Verga, per i mesi di luglio ed agosto.
E’ stato lo stesso Presidente
della Repubblica Giorgio Napoletano che con un suo telegramma ha
sottolineato “il valore delle iniziative verghiane volte a suscitare una
riflessione approfondita sul percorso letterario del grande maestro e
che contribuiscono a promuovere la conoscenza del territorio
indimenticabile scenario di alcune tra le più suggestive novelle dello
scrittore.”
E’ toccato poi al sindaco di Vizzini,
Vito Cortese, nel corso della
conferenza stampa, illustrare gli
eventi salienti del cartellone di quest’anno. “Anche per questa estate
la cittadina di Verga - ha detto il primo cittadino - si trasformerà
nel in una grande officina di produzione culturale. E’ intenzione di
questa amministrazione proseguire il ciclo annuale per rilanciare
Vizzini come autentica ed unica capitale nazionale delle opere di
Verga”. Ad aprire domenica le Manifestazioni Verghiane sarà “Sicilia
lirica”, il concerto dei Solisti di Operalaboratorio” diretti da
Elizabeth Smith cui seguirà il 29 luglio l’esibizione dell’Orchestra
Sinfonica di Kiev” a cura del Consorzio Ducezio. Dall’1 al 6 agosto il
clou: con la mostra di Palazzo Trao dell’Opera di Roma su “Cavalleria“ e
la rappresentazione di “Cavalleria rusticana in prosa e musica” a cura
di Teatro Skenè e dell’associazione “Pentagramma”.
Questi eventi saranno accompagnati da
una serie di iniziative di pari importanza e di fortissima attinenza
tematica col Verga: i Musei aperti in notturna; l’affascinante
Itinerario Barocco; il Percorso Storico-musicale proprio per la
valorizzazione di tutte le risorse di Vizzini.
(comunicato stampa)
|
|
Applausi a
scena aperta a Verona per il Mercante di Venezia
prodotto dagli
Stabili di Catania e del Veneto
18/07/2006

Grande successo l'altra sera al Teatro
Romano di Verona per Il Mercante di Venezia di William
Shakespeare prodotto degli Stabili di Catania e del Veneto e per
il suo protagonista, Eros Pagni. Applaudito più volte a scena aperta,
Pagni - che appena ha vinto il Premio Simoni e concorre ai Premi
Olimpici come “miglior attore” - ha interpretato la parte dell’ebreo
Shylock con un freddo furore, con la determinazione di un uomo in bilico
fra desiderio di vendetta contro gli odiati cristiani e la catastrofe di
essere privato di tutto: patrimonio, casa, figlia, perfino religione. Lo
spettacolo - presentato nell'ambito dell'Estate Teatrale Veronese - si
dipana all'interno di una scenografia astratta, fatta di pannelli a
specchio (scenografo Antonio Fiorentino); la regia di Luca De Fusco, ha
collocato l'azione non nella tradizionale ambientazione del Seicento
veneziano, bensì in un imprecisato Novecento, fra anni ’30 e anni ’40,
con musiche suonate dal vivo al pianoforte e un’atmosfera che ricorda
Casablanca (costumi di Vera Marzot).
Tutto questo spaesamento temporale
appare una congrua interpretazione di una commedia complessa e
“imperfetta” fra tutti i capolavori shakespiriani, di cui i più
considerano l’ebreo Shylock come protagonista. In realtà non è a lui che
allude il titolo, bensì al mercante Antonio (Sebastiano Tringali), che
rischiando il suo patrimonio in favore dell’amico Bassanio (Max
Malatesta), si trova a dover pagare la famosa penale rappresentata da
“una libbra di carne”. Né del tutto chiara è la posizione di Porzia (
Gaia Aprea), la bella donna per la quale Bassanio si indebita e che -
travestita da avvocato di fama - inventa il celebre marchingegno
giuridico: Shylock ha diritto ad una libbra di carne del suo debitore,
ma non ad una goccia del suo sangue; e poiché con tale contratto Shylock
ha messo a repentaglio la vita di un veneziano cristiano, per punizione
perderà tutto. Un esito quanto mai ambiguo: per alcuni filoebraico, per
altri addirittura antisemita; per gli uni il trionfo della legge, per
altri un indegno sopruso contro una vittima designata proprio perché
appartenente ad una minoranza religiosa. Il personaggio è così complesso
ed ambiguo, che nei secoli ha avuto vari contrastanti interpretazioni.
Per Luca De Fusco e per il suo grande primo attore Pagni l’ambiguità,
“il finale aperto” è la vera cifra interpretativa: un’idea che sostiene
tutto lo spettacolo e che - a giudicare dagli applausi di una platea
piena, è stato molto apprezzata dal pubblico veronese.
a cura di Lucio Di Mauro
|
|
NELLA TANA
da Franz Kafka
di e con Luigi Lo Cascio
scene Nicola Console - luci Roberto
Innocenti
produzione Teatro Metastasio Stabile
della Toscana
16/06/2006
“Nella tana”, tratto dal racconto
di Franz Kafka,
Luigi Lo Cascio - autore, regista
e interprete del monologo

La ricca carrellata di nuovoteatro - la
rassegna innovativa del Teatro Stabile di Catania dedicata alla
drammaturgia contemporanea - prosegue con la presenza di Luigi Lo Cascio,
con il monologo Nella tana. L’attore palermitano è autore,
regista e interprete di questa pièce che si ispira ad uno degli ultimi
racconti kafkiani. Le scene sono di Nicola Console, i costumi di Roberto
Innocenti.
La tana
- questo è più precisamente il titolo del lavoro di Kafka - parla di un
essere misterioso (uomo, animale, cosa?) sprofondato in una cavità.
Nella sua elucubrazione immersa nel buio, il nostro personaggio
monologante racconta le vicissitudini, le smanie, le abitudini della sua
vita sotterranea. L’apparente idillio di questa condizione di isolamento
mostra ben presto il suo vero volto di segregazione e di paura. Si
avverte la presenza di una continua minaccia che può venire dal di
fuori, o, addirittura, proprio dal nucleo essenziale ed interno della
tana.
«Volendo
adattare il racconto per la scena - racconta Lo Cascio - ho cominciato a
comporne una versione, una visione personale. Mi sono accorto, a
scrittura ultimata, che il testo si era trasformato. Non potevo più
considerarlo un’immagine fedele del racconto kafkiano. Era diventato
altro. Era ormai il risultato del mio rapporto concreto con la tana
kafkiana. Ecco perché ho ulteriormente dilatato il distacco dal testo di
partenza, operando tagli, innesti, dilatazioni, deviazioni. Registravo,
in corso di riscrittura, il resoconto della mia perlustrazione. La
deformazione del modello iniziale mi ha spinto quindi ad intitolare lo
spettacolo Nella tana,
proprio a indicare che si tratta di un tentativo di fuga all’interno del
labirinto tracciato da Kafka per imbrigliare e sovvertire le certezze
dei suoi lettori».
Nella tana rappresenta l’atteso ritorno sul
palcoscenico di Luigi Lo Cascio, rivelazione del cinema italiano degli
ultimi anni. Straordinariamente colto e preparato, l'attore dal fascino
misterioso, che trasmette fragilità e forza al tempo stesso, ha
abbandonato gli studi di medicina (specializzazione in psichiatria) per
seguire la vocazione teatrale. Iscrittosi all'Accademia nazionale d'arte
drammatica “Silvio D'Amico", si diploma con un saggio su Amleto
di William Shakespeare, diretto da Orazio Costa. Debutta in palcoscenico
nel 1989 con una piccola parte in Aspettando Godot di Beckett,
per la regia di Federico Tiezzi. Il suo talento a tutto campo si desume
pure dalla vena creativa che gli ha permesso di scrivere sceneggiature e
collaborare a varie rappresentazioni teatrali.
La carriera cinematografica di questo ragazzo dallo
sguardo languido è letteralmente esplosa con l'interpretazione di
Giuseppe Impastato nel film di Marco Tullio Giordana I cento passi,
dove ha subito dimostrato straordinarie doti e capacità, ottenendo il
David di Donatello come miglior attore protagonista, la Grolla d'oro, il
Sacher d'oro e numerosi altri riconoscimenti. In poco più di tre anni, è
diventato uno dei nomi di punta del grande schermo grazie alla sua
intensa espressività, capace di trasmettere non solo una vasta gamma di
emozioni ma anche una profonda umanità.
Sulla scia di questa affermazione, ha interpretato
una serie di film nel giro di pochissimo tempo e mai a discapito della
qualità: Luce dei miei occhi di Giuseppe Piccioni, con cui ha
vinto la Coppa Volpi al Festival di Venezia, La meglio gioventù,
sempre di Giordana, Vito, morte e miracoli di Alessandro Piva,
Mio cognato, coprotagonista con Sergio Rubini, e un capolavoro come
Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, altro esempio di coscienza
civile applicato al cinema.
Lo Cascio, inoltre, è stato ospite di “Doppia Scena”,
il ciclo di approfondimenti organizzato dallo Stabile in collaborazione
con le Facoltà di Lettere e di Lingue, nell’ambito del Protocollo
d’intesa stretto tra il Teatro e l’Università. L’artista è intervenuto
in due distinte sessioni: al consueto incontro nella mattinata e poi
alla tavola rotonda fissata nel pomeriggio. Hanno coordinato i docenti
Grazia Pulvirenti, Ezio Donato, Paola Di Mauro. Al dibattito pomeridiano
hanno partecipato anche i germanisti Mark Anderson, Rosalba Galvagno,
Alessandro Fambrini.
a cura di Lucio Di Mauro
|
|
Il medico dei
pazzi
di Eduardo Scarpetta
regia di Carlo Giuffré
con Carlo Giuffré
e con
Piero Pepe,
Monica Assante Di
Tatisso, Rino Di Maio, Antonella Lori
e Aldo De
Martino
16/06/2006
Trecastagni in compagnia del grande
Carlo Giuffrè, protagonista al Teatro Comunale
con la commedia di Scarpetta
“IL MEDICO
DEI PAZZI”

Ultimo appuntamento della stagione di prosa al Comunale di
Trecastagni, che ha ospitato il cartellone programmato dal Teatro
Stabile etneo in sinergia con l’amministrazione municipale. Si chiude in
bellezza con Carlo Giuffré, custode della grande tradizione partenopea,
qui interprete e regista della commedia Il medico dei pazzi,
capolavoro di Eduardo Scarpetta che esalta la straordinaria maschera di
Felice Sciosciammocca.
Aldo Buti firma le scene, Giusi Giustino i costumi; sulla
scena, accanto a Giuffré, un cast di qualità che annovera Piero Pepe,
Monica Assante Di Tatisso, Rino Di Maio, Antonella Lori
e Aldo
De Martino.
Dopo il successo trionfale ottenuto con Miseria e nobiltà
nella passata stagione, Carlo Giuffrè ritorna a Scarpetta. E lo fa
modificando il celebre O miedico d’è pazze, che l’abilissimo
attore e drammaturgo partenopeo adattò da una pochade francese, genere
tanto in voga all’inizio del secolo scorso. Lo spettacolo è un’occasione
straordinaria per ammirare il talento di interprete e regista di Giuffré,
"custode della grande tradizione attoriale napoletana", come è stato
definito nella motivazione del prestigioso Premio Simoni, assegnatogli
nel 2000. L’esile trama racconta di Felice Sciosciammocca, maschera
creata proprio da Scarpetta e resa celeberrima da Totò, arrivato a
Napoli dalla campagna con la pittoresca moglie Concetta, per vedere
l’Ospedale dei pazzi che il nipote Ciccillo dice di aver costruito, dopo
essersi finto medico per spillargli quattrini chiedendogli di finanziare
la sua impresa. Come risolvere l’impasse? La trovata di Ciccillo è di
portare lo zio a visitare
la Pensione Stella,
spacciandola per l’Ospedale, confidando nell’eccentricità dei personaggi
che la abitano.
Il plot serve solo da pretesto: il valore della commedia sta
nella caratterizzazione dei finti pazzi su cui Giuffré agisce con una
connotazione personalissima, dilatando e cesellando i siparietti
affidati ai vari interpreti, così da aggiungere alla farsa scarpettiana,
componenti che spaziano dall’avanspettacolo, alla canzone napoletana, al
balletto, ad atmosfere clownesche. Esilarante diventa la galleria dei
personaggi: un giovane irrequieto giornalista in cerca di ispirazione
per le sue novelle da pubblicare quotidianamente, l’attore in costume di
scena che prova Otello, il malinconico musicista che spera di
partire per nuove tournée, la trasbordante ex sciantosa che cerca di
trovare un marito alla timida figlia Rosina la quale, di fronte
all’esuberanza della madre, non riesce a dire una parola.
Spettacolari le
scenografie, in particolare quella ad apertura di sipario, che riproduce
a dimensione reale la Galleria Umberto di Napoli con le cupole, le
vetrate dalla prospettiva perfetta. Vivaci i costumi che contribuiscono
alla caratterizzazione degli estrosi ospiti della pensione. A tirare le
fila e a rendere all’unisono le gag dei finti matti è la salda regia di
Giuffrè che riesce a fare dei veri caratteri dei suoi personaggi e non
solo dei tipi. Felice, interpretato dallo stesso Giuffrè, si trova
travolto dalla girandola di sketches degli abitanti della pensione che
hanno effettivamente comportamenti sopra le righe così da apparire a
tutti folli. E qui sta la riflessione che Giuffrè inserisce promuovendo
una sorta di “elogio della follia”, nella convinzione che un po’ di sana
pazzia fa bene, dato che è segnale di libertà.
a cura di Lucio Di Mauro
|
|
PICCOLI CRIMINI CONIUGALI
di
Éric-Emmanuel
Schmitt
versione italiana e regia di Sergio
Fantoni
musiche di Cesare Picco
scene di Nicolas Bovey
disegno luci di Iuraj Saleri
con Andrea Jonasson, Massimo
Venturiello


10/05/2006
Una storia pensata per
l’allestimento teatrale che mantiene inalterato il proprio fascino alla
semplice lettura: questo è Piccoli crimini coniugali, un’opera
molto particolare del francese Éric-Emmanuel Schmitt, autore under 50,
drammaturgo tra i più interessanti del panorama internazionale, con
testi teatrali pluripremiati come Il libertino o Monsieur
Ibrahim e i fiori del Corano, che hanno goduto entrambi di belle
trasposizioni cinematografiche. Ricordiamo ancora Il visitatore e
appunto Piccoli crimini coniugali, che approda sulle scene
catanesi nella versione italiana e nella regia curate da un maestro come
Sergio Fantoni.
Le musiche sono di Cesare Picco, scene e disegno luci
di Nicolas Bovey. Unici personaggi Lisa e Gilles, qui affidati al
talento di Andrea Jonasson, attrice di rilevo europeo, e al bravissimo
Massimo Venturiello
Interpretano una coppia sposata che troviamo
all’inizio della storia mentre rientra a casa dall’ospedale. Lui, autore
di successo di emozionanti “gialli”, soffre di amnesia a seguito di un
incidente e, pur conservando intatte le normali funzioni intellettuali,
non ricorda assolutamente alcunché della propria vita (condizione
identica a quella di Yambo, protagonista del romanzo La misteriosa
fiamma della Regina Loana di Umberto Eco). I medici decidono
così di dimetterlo per farlo riambientare a casa sua, circondato dalle
cose di sempre e dall’affetto della moglie, nella speranza che l’uomo
guarisca e torni presto in possesso dei propri ricordi.
In questo contesto Schmitt mette in scena una
perfetta macchina narrativa, attraverso un dialogo brillante e pungente
al tempo stesso, che svela impietosamente i meccanismi della coppia e i
più intimi recessi dell’animo umano: un duetto fatto fin da subito di
sgambetti, frasi non dette, risposte non consegnate, punzecchiature e
battute corrosive, che lascia trapelare pia piano una realtà ben diversa
dall’oleografia di un rassicurante quadretto borghese. L’autore dosa con
perizia veri e propri colpi di scena, capaci di arricchire continuamente
la situazione iniziale, gettando il lettore/spettatore in una vicenda
dai toni via via più sfumati e inquietanti.
L’analisi di questa coppia potrebbe essere in
realtà l’analisi della coppia tout court, una dissezione senza pudori
condotta fino alla conclusione con grande ritmo. Il tono è dolceamaro
e mescola, in un cocktail di convincente naturalezza, parti uguali di
disincanto, pessimismo e levità fiabesca, guizzi da commedia brillante
e inquietanti ombre di dubbio gettate sui personaggi. Schmitt si
dimostra insomma un fine conoscitore di tutte le corde dell’animo
umano: d’altronde da uno scrittore poliedrico come lui - narratore e
saggista oltre che autore teatrale - non ci si poteva aspettare nulla
di meno se non un’opera appassionante e completa. Piccoli crimini
coniugali è un piccolo gioiello che dettaglia il necessario
inabissamento all’inferno di Lisa e Gilles nel tentativo – un po'
comico, un po' drammatico, sicuramente reale – di riemergere alla
serenità come coppia. A lettura ultimata viene da pensare che, tra le
imprese degne di essere raccontate in un thriller, non ci siano solo
indagini su omicidi o tesissimi intrighi internazionali: riannodare i
fili di una vita o due, in fondo, può essere una sfida altrettanto
grande e impegnativa.
Il testo, il
suo allestimento e, più in generale, la figura e l’opera di Schmitt
sono stati oggetto di approfondimento nell’ambito di “Doppia Scena”,
il ciclo di incontri organizzati dallo Stabile in collaborazione con
le Facoltà di Lettere e Lingue. L’appuntamento, non riservato
esclusivamente agli studenti ma aperto al pubblico degli appassionati,
si è svolto nell’Aula A1 del Monastero Benedettini. Insieme al
direttore del TSC Orazio Torrisi, sono intervenuti la Jonasson e
Venturiello; ha coordinato Marilia Marchetti, docente di letteratura
francese.
|
LA MARIA ZANELLA
di Sergio Pierattini
regia di Maurizio Panici
costumi Sandra Cardini
musiche di Astor Piazzolla e Edward
Grieg
con Maria Paiato

10/05/2006
La rassegna nuovoteatro, programmata dal Teatro
Stabile di Catania per dare spazio agli autori contemporanei e ai suoi
interpreti, prosegue con una straordinaria prova d’attrice che ha visto
di scena Maria Paiato, primadonna tra le più attente e sensibili del
panorama teatrale italiano. L’artista veneta ha dato voce e anima al
monologo La Maria Zanella, scritto apposta per lei da Sergio
Pierattini, che si è ispirato alla terra d’origine dell’interprete,
originaria della provincia rodigina, costruendo una storia che rievoca
la tragica alluvione del Polesine.
“La Maria Zanella – osserva Maria Paiato - è
fatta dei modi di fare di mia madre, di mio padre “Quando ho studiato
questo monologo mi sono resa conto di quante cose ho osservato e
registrato da bambina guardando i miei parenti, ascoltando le donne che
le sere d'estate parlavano di nascite e di lune, di ricordi di guerra,
di aneddoti tragici ma anche comici”.
L’allestimento - realizzato da Argot Produzioni - è
stato curato dal regista Maurizio Panici, con i costumi di Sandra
Cardini e le musiche scelte dal repertorio di Astor Piazzolla ed Edward
Grieg. Lo spettacolo è stato al contempo un’occasione per conoscere più
da vicino Sergio Pierattini, giornalista,
attore e autore teatrale, nato a Sondrio nel 1958 e noto anche per aver
preso parte a varie produzioni cinematografiche, collaborando con
Francesca Archibugi ed Ugo Chiti.
La messinscena ha regalato al pubblico la figura
tenera e drammatica di una giovane donna della bassa padana, segnata
nella salute mentale dalla terribile calamità. Una casa reca ancora
sulla facciata i segni, la riga nera, dell'alluvione del 1951. Il testo
racconta le paure, le angosce e le malinconie vissute da Maria Zanella,
costretta dalla sorella a vendere quella casa, ormai rovinata, dove è
nata e cresciuta e che è intrisa dai suoi ricordi.
La stessa che
portò nella città migliaia di rodigini in fuga dalla furia distruttrice
e limacciosa del Po. Le sofferenze della protagonista sono le stesse che
hanno provato tutte quelle persone che hanno dovuto lasciare le loro
abitazioni e le loro terre per trasferirsi in una città sconosciuta dove
rifarsi una vita, una dignità e, spesso, una famiglia.
La Maria Zanella è un atto d’amore doloroso,
una perdita d’identità, una ferita della memoria che ha allontanato
questa vittima candida e fragile dalla normalità, dalla quotidianità.
Attorno alla protagonista, sempre sola sul palcoscenico, lo spettatore
potrà vedere e immaginarsi la presenza di mille presenze in grado di
catturarne l’emozione in maniera vera, asciutta, senza un gesto o un
tono retorico.
La scrittura lucida e penetrante
dell’autore commuove. Maria è una
piccola donna polesana con problemi psichici che non la rendono
pericolosa ma solo struggentemente ingenua, un'eterna bambina.
Alla fine
riuscirà, seppur tra mille fatiche e con molti sforzi, a darsi
un’originale risposta alle sue paure, quelle che l’assalgono di notte, e
che sono le stesse di tutti coloro che conoscono l’inesorabile dolore
del distacco da ogni luogo affettivo.
La Maria Zanella è tutto questo e anche
l'opportunità di fare "il teatro" con la musicalità poco conosciuta
del polesine, dei suoi argini che contengono il brontolio sommesso del
Po, dell'orizzonte piatto delle campagne e del loro silenzio. Lo
spettacolo è così un suggestivo, originale tassello che arricchisce le
variegate proposte di nuovoteatro, rassegna stimolante e
innovativa che per qualità e numero dei titoli in programmazione ha
assunto, in sole quattro edizioni, le dimensioni di un vero e proprio
cartellone parallelo.
|
|
L’ILLUSIONE COMICA
di Pierre Corneille
versione italiana di Edoardo Sanguineti
- regia Marco Sciaccaluga
con Eros Pagni, Sara Bertelà, Fabrizio
Contri, Eva Cambiale,
Andrea Nicolini, Aldo Ottobrino,
Federico Vanni, Antonio Zavatteri


10/05/2006
Presenza viva e palpitante nella vita artistico -
culturale della città e della provincia, il Teatro Stabile di Catania
propone ben sei allestimenti, portatori ognuno di differenziati
contenuti e stimoli. Apre la serie un grande classico come
L’illusione comica
di Pierre Corneille, esaltazione giustamente celebre e virtuosa
dell’essenza stessa del teatro. Genialmente tradotto da Edoardo
Sanguineti, il testo è stato messo in scena dallo Stabile di Genova
per commemorare il quarto centenario della nascita del grande
drammaturgo francese. L’allestimento si avvale della regia di
Marco Sciaccaluga e si propone come un “divertimento” appassionante che
- nel segno di una riflessione sull’arte teatrale - unisce la commedia
con la tragedia, il gioco della fantasia con la profonda libertà del
grande teatro seicentesco. Ne sono interpreti uno straordinario Eros
Pagni, nel duplice ruolo del mago Alcandro e del rodomonte Matamoro,
affiancato da Sara Bertelà (Isabella), Fabrizio Contri (Clindoro), Eva
Cambiale (Lisa), Andrea Nicolini (Dorante e Carceriere), Aldo Ottobrino
(Adrasto e Erasto), Federico Vanni (Pridamante), Antonio Zavatteri (Geronte).
Scene e costumi sono di Valeria Manari, le musiche di Andrea Nicolini.
Rappresentata la prima volta nel 1636, L’illusion comique è una
lode del teatro intessuta con brio scintillante: colpi di scena, risate,
amori dichiarati e traditi, passioni brucianti e finanche un colpo di
pistola. Il tutto in un'ambientazione che, prima del clamoroso
svelamento finale, l'allestimento genovese ha scelto di connotare con
atemporali riferimenti militari. Tormentato dai sensi di colpa per aver
scacciato di casa il figlio Clindoro con la sua eccessiva severità,
Pridamante vaga alla sua ricerca sino a che capita nell’antro del mago
Alcandro, che in virtù di doti magiche promette di fargli vedere, non
visto, la vita attuale del figlio. Diventato servo ben pagato del pavido
e millantatore Matamoro, Clindoro si fa gioco delle sue smargiassate e,
in segreto, corteggia la bella Isabella per la quale anche il suo
padrone si strugge di passione. L’intervento del padre di Isabella, che
la vorrebbe sposare al gentiluomo Adrasto, e l’intrecciarsi di un
complicato gioco di gelosie fa scivolare lentamente la commedia verso la
tragedia. Ma il dramma cui si assiste è solo quello di “spettri
animati”, anche se capaci di provocare grande dolore a Pridamante, il
quale dapprima soffre e si dispera “in diretta” per la sorte di Clindoro,
poi si rende conto di aver visto solo uno specchio della realtà.
La critica che ha assistito allo spettacolo ha parlato di “un’occasione
da non perdere: un grande spettacolo che diverte e fa riflettere”, “un
superbo allestimento con eccellenti prestazioni di tutti”, definendo
“innovativa, raffinata, ironica la regia di Sciaccaluga”. La stampa,
rilevando ancora che “la traduzione di Sanguineti è un piccolo
capolavoro, ha sottolineato altresì “il successo calorosissimo e la
superba prova di Eros Pagni e di tutto il cast”. Mescolando i toni e i
registri narrativi sullo sfondo popolare della Commedia dell’Arte,
L’illusione comica costruisce situazioni ora comiche e ora
drammatiche che spiazzano di continuo lo spettatore, il quale nel corso
della rappresentazione si trova di fatto posto nella stessa condizione
di Pridamante: sempre coinvolto nello svolgimento dell’intrigo, anche se
di fatto consapevole di stare assistendo solo a un raffinato gioco di
specchi. L'apparenza s'intreccia sempre e inesorabilmente con la verità:
occasione preziosa per portare in primo piano l'inventiva di tutti i
suoi interpreti, qui esaltata dalla creativa traduzione in versi di
Sanguineti e dal protagonismo di un doppio Eros Pagni.
|
|