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La Pagina del Teatro

a cura di Lucio Di Mauro

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Al via nuovoteatro con una riflessione sull’amore di Fassbinder

 LE LACRIME AMARE DI PETRA VON KANT

di Rainer Werner Fassbinder - Traduzione Roberto Menin

regia Antonio Latella

Ideazione ombre Massimo Arbarello e Sebastiano Di Bella

con Laura Marinoni, e Silvia Ajelli, Cinzia Spanò, Sabrina Iorio, Stefania Troise, BarbaraSchröer

e gli animatori d’ombre

Massimo Arbarello e Sebastiano Di Bella

 Tante e articolate le proposte della quarta edizione di nuovoteatro, vero e proprio cartellone parallelo della 49° stagione del Teatro Stabile di Catania. L’impaginazione di nuovoteatro propone un intrigante itinerario di 12 titoli che affonda nella drammaturgia e nelle problematiche dei nostri giorni. Un invito per tutti ad aprirsi alle nuove emozioni del teatro contemporaneo. E un’occasione per apprezzare una folta carrellata di prestigiosi registi e interpreti.

 All’Ambasciatori si è aperto con uno spettacolo che ha fatto registrare un vivissimo interesse, ottenendo un clamoroso successo nelle principali piazze italiane, Le lacrime amare di Petra von Kant del regista e autore tedesco Rainer Werner Fassbinder, proposto nella traduzione di Roberto Menin. La regia è dell’incisivo e audace Antonio Latella, scene e costumi sono di Annelisa Zaccheria, disegnatore luci Giorgio Cervesi Ripa, suono Franco Visioli, ideazione ombre Massimo Arbarello e Sebastiano Di Bella. Protagonista Laura Marinoni, una delle attrici tra le più interessanti e apprezzate della scena italiana, per la sua poliedricità e potenza espressiva. La affiancano Silvia Ajelli, Cinzia Spanò, Sabrina Iorio, Stefania Troise, BarbaraSchröer, insieme ai citati ideatori e animatori d’ombre Arbarello e Di Bella.

I Teatri Stabili dell'Umbria e di Torino, in collaborazione con Théâtre National Populaire TNP Villeurbanne di Lione, producono insieme, nella stagione 2006-07, uno spettacolo di particolare interesse e fascino, esaltando un testo estremamente attuale, acuto scandaglio psicologico di tre figure femminili, capaci di suscitare nello spettatore reazioni contrastanti, passando dall’astio all'umana comprensione. Fassbinder, figura fondamentale del rinnovamento culturale del dopoguerra tedesco ed europeo, opera un'analisi lucida e disincantata dell’amore nella nostra società: nelle relazioni di coppia si rispecchiano i più generali “rapporti di potere” della società capitalista, che impediscono una devozione sincera, disinteressata e soprattutto un equilibrio reale tra i partner, inevitabilmente divisi da differenze di classe, cultura, disponibilità economica.

Le lacrime amare di Petra von Kant rappresenta un banco di prova ideale per Antonio Latella, regista particolarmente attento ai nuovi linguaggi e all’innovazione della scena, che ha ricevuto in questi anni numerosi premi e riconoscimenti, e può vantare anche una rilevante presenza di sue opere all’estero; molti teatri europei, specie francesi e tedeschi, seguono da tempo con curiosità e attenzione il suo lavoro.

Il percorso di nuovoteatro prosegue con Le storie del Signor Keuner di Bertolt Brecht, uno spettacolo firmato da Moni Ovadia e da Roberto Andò, nel cinquantenario della morte dell’autore, scomparso nel 1956; Finale di partita, nel centenario della nascita di Samuel Beckett, che cade pure nel 2006; regista e interprete principale Franco Branciaroli, artista di straordinario prestigio; Migliore, una novità scritta e diretta da Mattia Torre per il talento di Valerio Mastandrea: monologo comico sulla singolare vicenda di un uomo “buono” che per un caso assai perverso (l’assoluzione da un reato di cui è colpevole) muta d’avviso e diventa cattivissimo. Inedito è pure Non raccontateci favole, banco di prova per le rivelazioni televisive Caterina Guzzanti e Paola Minacciosi, autrici del testo insieme ad Andrea Zalone, regia di Valeria Talenti.

Pippo Delbono e la sua Compagnia portano due produzioni di respiro europeo: il nuovissimo Questo buio feroce e il pluripremiato Urlo, scene di Philippe Marioge. “Attore musicista”, come egli stesso si definisce, Delbono stigmatizza senza veli la società contemporanea, attraverso l’invenzione di un originale linguaggio fisico-vocale e una drammaturgia che fonda dramma, musica e danza, ispirandosi alla struttura del concerto.

Eumenidi è un testo che Vincenzo Pirrotta, inimitabile “cuntista”, ha elaborato da Eschilo e dalla traduzione di Pier Paolo Pasolini. Sua è pure la regia realizzata con la collaborazione di Pasquale De Cristofaro. Ancora nel mito classico affonda le radici Lei dunque capirà, recente creazione di uno scrittore e maître à penser come Claudio Magris, che riflette sull’archetipo di Orfeo ed Euridice; la regia è di Antonio Calenda, il monologo è affidato a Daniela Giovanetti.

Un regista dalle rare capacità introspettive come Walter Pagliaro propone una modernissima rilettura della Fedra di Racine nella traduzione di Ungaretti; protagonista è l’intensa Micaela Esdra.

Né potevano mancare gli autori siciliani, due in questa edizione, presenti entrambi con vibranti denunce contro il fenomeno mafioso. Il catanese Nino Romeo firma testo e regia di Dollìrio, una prima assoluta interpretata da Graziana Maniscalco e dallo stesso Romeo. La palermitana Emma Dante - punto di riferimento della nuova drammaturgia siciliana, con ampi riconoscimenti a livello internazionale - ritorna con Cani di bancata, lavoro corale di cui è autrice, regista, costumista, e anche scenografa insieme a Carmine Maringola.

A CURA DI

LUCIO DI MAURO

 

 

 

IL MERCANTE DI VENEZIA

         di William Shakespeare

           traduzione di Masolino d’Amico - adattamento e regia di Luca De Fusco

con Eros Pagni, Gaia Aprea, Max Malatesta, Sebastiano Tringali, Giovanni Calò,

Cosimo Coltraro, Piergiorgio Fasolo, Daniele Gonciaruk, Nunzia Greco,

Giuseppe Infarinato, Giovanna Mangiù, Stefano Scandaletti, Enzo Turrin

 

Dopo la novità assoluta Opéra Comique, coprodotta dagli Stabili catanese e friulano, la 49a stagione del teatro etneo presenta un’altra importante e recentissima produzione, Il mercante di Venezia, realizzata stavolta insieme al Teatro Stabile del Veneto e alla Fondazione Atlantide-Teatro Stabile di Verona. Eros Pagni guida il quartetto dei magnifici protagonisti che annovera con lui Gaia Aprea, Max Malatesta e Sebastiano Tringali. La messinscena si avvale della nuova traduzione di Masolino d’Amico, la penetrante regia di Luca De Fusco, le belle scene di Antonio Fiorentino e i raffinati costumi di Vera Marzot.

L’allestimento, subito accolto da caloroso successo, è stato varato in collaborazione con l’Estate Teatrale Veronese, di cui Shakespeare è, com’è noto, il grande protagonista. Il Festival scespiriano di Verona si è gemellato quest’anno con quello di Stratford-upon- Avon e ha aperto con questo Mercante la sua 58a edizione, inserita appunto nell’ambito dell’Estate Teatrale organizzata dall’Assessorato allo Spettacolo del Comune al Teatro Romano, dove la pièce ha debuttato in prima nazionale ed esclusiva per l’estate il 12 luglio. Con l’avvio della stagione 2006-2007 lo spettacolo viene ora programmato sui palcoscenici degli enti produttori e delle più importanti piazze italiane.

Il regista Luca De Fusco vede un Mercante raccontato come un film misterioso e malinconico, ambientato in una Venezia esotica, città di traffici, spie e avventurieri, più simile a Macao, Hong Kong o Casablanca che all’immacolata città d’arte impressa nella memoria.

“Per quale ragione - si chiede il regista Luca De Fusco - un infallibile genio teatrale come Shakespeare conclude la trama del Mercante nel quarto atto, ma invece di calare il sipario ne scrive un altro intero, in cui sembra non avere molto altro da aggiungere e divaga, parlando di musica e anelli ? La domanda mi tormentava durante i mesi di studio di questa regia, facendomi sentire come un detective che cerca di decifrare il “vero” significato del Mercante. Durante tale work in progress mi sono reso conto di aver finalmente trovato la risposta. Shakespeare non conclude il Mercante con il quarto atto, perché non ha inteso raccontare solo la storia di Antonio e Shylock ma anche quella di Porzia. E vuole riaffermare la superiorità del gioco sui traffici, della fantasia sulla realtà. Ecco perché conclude questa sua parabola sulla inafferrabilità del reale con l’affascinante quinto atto, dal significato più che mai inafferrabile. Ecco perché la fine di Shylock non coincide con la fine della commedia. Alla fine di una lunga indagine su un testo così affascinante, una sorta di prisma sfaccettato in cui non si finisce mai di scavare, mi sono trovato in mano ciò che non avevo certo immaginato all’inizio: un atto d’amore verso l’arte, l’immaginazione, in definitiva, il teatro”.

A CURA DI

LUCIO DI MAURO

 

 

Il Teatro Stabile di Catania

PROGETTO CASTELLO URSINO

in collaborazione con Comune di Catania - Assessorato alla Cultura

Università di Catania

Facoltà di Lettere e Filosofia - Facoltà di Lingue e Letterature straniere

 

 

 

ANTONIO E CLEOPATRA

di William Shakespeare

traduzione di Salvatore Quasimodo

regia di Lamberto Puggelli

scene e costumi di Luisa Spinatelli

musiche di Alessio Vlad

movimenti coreografici Marise Flach

con Massimo Foschi e Mariella Lo Giudice

 

CONVEGNO

 “Come acqua nell’acqua”

Antonio e Cleopatra

 nella drammaturgia di W. Shakespeare

interverranno tra gli altri:

Paolo Bosisio, Masolino d’Amico,

Dario Del Corno, Keir Elam,

Fernando Gioviale, Franco Quadri,

Alessandro Serpieri, Stanley Wells

Monastero dei Benedettini,

 

Anglisti e critici teatrali al convegno ospitato il 6 e 7 ottobre nell’ex Monastero dei Benedettini e realizzato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura e le due Facoltà di Lettere e Lingue.

 

L’arte sposa l’arte. Il grande teatro sposa le grandi opere architettoniche, sedimento di storia e cultura. I beni culturali materiali e immateriali si fondono in proficua sinergia, nell’ottica di una mirata promozione, volta a valorizzare la fruizione artistica del patrimonio monumentale. Questo l’intendimento, questi gli obbiettivi di “Progetto Castello Ursino”, articolata iniziativa promossa dal Teatro Stabile di Catania abbinando all’evento spettacolare giornate di studio e approfondimento. Nell’ambito del progetto, dal 28 settembre al 9 ottobre, la messinscena en plein air della tragedia Antonio e Cleopatra, che è stata realizzata proprio nella corte medievale del sontuoso maniero federiciano che sorge nel cuore di Catania. «La spinta a portare la rappresentazione fuori dal palcoscenico tradizionale, diversificando i siti del rito teatrale, trova un’alternativa ideale nella corte medievale del maniero federiciano che costituisce uno dei monumenti più rappresentativi della città», spiega il direttore del TSC Orazio Torrisi.

Il progetto è stato avviato dallo Stabile nel 2001 con l’allestimento di Romeo e Giulietta: la tragedia che il Bardo dedica all’amore adolescenziale, mentre Anthony e Cleopatra approfondisce il tema dell’amore senile. La regia è ancora di Lamberto Puggelli, scene e costumi sono di Luisa Spinatelli, le musiche di Alessio Vlad, i movimenti coreografici di Marise Flach; protagonisti Massimo Foschi e Mariella Lo Giudice, affiancati da un nutrito cast di oltre quaranta elementi che annovera ancora gli attori Gianfranco Alderuccio, Giuseppe Bisicchia, Alessandro Conte, Evelyn Famà, Giampaolo Romania, Rosario Minardi, Franco Mirabella, Fabio Monti, Salvo Piro, Davide Sbrogiò, Angelo Tosto,Manuela Ventura, i musicisti Bruno Simone, Mario Filetti, Giuseppe Mobilia e gli allievi della Scuola d’arte drammatica “Umberto Spadaro”.

Rinomati studiosi, anglisti ed esperti di drammaturgia, sono intervenuti al convegno che si è tenuto a Catania il 6 e 7 ottobre 2006, in concomitanza delle rappresentazioni. Hanno presenziato Paolo Bosisio, Masolino d’Amico, Dario Del Corno, Keir Elam, Fernando Gioviale, Franco Quadri, Alessandro Serpieri, Stanley Wells. Il convegno, dal titolo “Come acqua nell’acqua” – Antonio e Cleopatra nella drammaturgia scespiriana, è stato organizzato dal Teatro Stabile in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune, la Facoltà di Lettere e Filosofia e la Facoltà di Lingue straniere dell’Università di Catania. Il convegno si è svolto proprio nella sede delle suddette Facoltà, in un altro importante manufatto storico, l’ex Monastero dei Benedettini, pregevole esempio dell’architettura barocca catanese

 

A CURA DI

LUCIO DI MAURO

 

Vizzini - Manifestazioni Verghiane 2006

18/07/2006

Presentato nell’antica cornice della Cappella Bonaiuto, il calendario delle Manifestazioni Verghiane che - tra musica, incontri, opera lirica e teatro - si svolgeranno a Vizzini, il borgo di Giovanni Verga, per i mesi di luglio ed agosto. E’ stato lo stesso Presidente della Repubblica Giorgio Napoletano che con un suo telegramma ha sottolineato “il valore delle iniziative verghiane volte a suscitare una riflessione approfondita sul percorso letterario del grande maestro e che contribuiscono a promuovere la conoscenza del territorio indimenticabile scenario di alcune tra le più suggestive novelle dello scrittore.”

E’ toccato poi al sindaco di Vizzini, Vito Cortese, nel corso della conferenza stampa, illustrare gli eventi salienti del cartellone di quest’anno. “Anche per questa estate la cittadina di Verga  - ha detto il primo cittadino - si trasformerà nel in una grande officina di produzione culturale. E’ intenzione di questa amministrazione proseguire il ciclo annuale per rilanciare Vizzini come autentica ed unica capitale nazionale delle opere di Verga”. Ad aprire domenica le Manifestazioni Verghiane sarà “Sicilia lirica”, il concerto dei Solisti di Operalaboratorio” diretti da Elizabeth Smith cui seguirà il 29 luglio l’esibizione dell’Orchestra Sinfonica di Kiev” a cura del Consorzio Ducezio. Dall’1 al 6 agosto il clou: con la mostra di Palazzo Trao dell’Opera di Roma su “Cavalleria“ e la rappresentazione di “Cavalleria rusticana in prosa e musica” a cura di Teatro Skenè e dell’associazione “Pentagramma”.

Questi eventi saranno accompagnati da una serie di iniziative di pari importanza e di fortissima attinenza tematica col Verga: i Musei aperti in notturna; l’affascinante Itinerario Barocco; il Percorso Storico-musicale proprio per la  valorizzazione di tutte le risorse di Vizzini.

 (comunicato stampa)

 

 

Applausi a scena aperta a Verona per il Mercante di Venezia

prodotto dagli Stabili di Catania e del Veneto

18/07/2006 

Grande successo l'altra sera al Teatro Romano di Verona per Il Mercante di Venezia di William Shakespeare prodotto degli Stabili di Catania e del Veneto e per il suo protagonista, Eros Pagni. Applaudito più volte a scena aperta, Pagni - che appena ha vinto il Premio Simoni e concorre ai Premi Olimpici come “miglior attore” - ha interpretato la parte dell’ebreo Shylock con un freddo furore, con la determinazione di un uomo in bilico fra desiderio di vendetta contro gli odiati cristiani e la catastrofe di essere privato di tutto: patrimonio, casa, figlia, perfino religione. Lo spettacolo - presentato nell'ambito dell'Estate Teatrale Veronese - si dipana all'interno di una scenografia astratta, fatta di pannelli a specchio (scenografo Antonio Fiorentino); la regia di Luca De Fusco, ha collocato l'azione non nella tradizionale ambientazione del Seicento veneziano, bensì in un imprecisato Novecento, fra anni ’30 e anni ’40, con musiche suonate dal vivo al pianoforte e un’atmosfera che ricorda Casablanca (costumi di Vera Marzot).

Tutto questo spaesamento temporale appare una congrua interpretazione di una commedia complessa e “imperfetta” fra tutti i capolavori shakespiriani, di cui i più considerano l’ebreo Shylock come protagonista. In realtà non è a lui che allude il titolo, bensì al mercante Antonio (Sebastiano Tringali), che rischiando il suo patrimonio in favore dell’amico Bassanio (Max Malatesta), si trova a dover pagare la famosa penale rappresentata da “una libbra di carne”. Né del tutto chiara è la posizione di Porzia ( Gaia Aprea), la bella donna per la quale Bassanio si indebita e che - travestita da avvocato di fama - inventa il celebre marchingegno giuridico: Shylock ha diritto ad una libbra di carne del suo debitore, ma non ad una goccia del suo sangue; e poiché con tale contratto Shylock ha messo a repentaglio la vita di un veneziano cristiano, per punizione perderà tutto. Un esito quanto mai ambiguo: per alcuni filoebraico, per altri addirittura antisemita; per gli uni il trionfo della legge, per altri un indegno sopruso contro una vittima designata proprio perché appartenente ad una minoranza religiosa. Il personaggio è così complesso ed ambiguo, che nei secoli ha avuto vari contrastanti interpretazioni. Per Luca De Fusco e per il suo grande primo attore Pagni l’ambiguità, “il finale aperto” è la vera cifra interpretativa: un’idea che sostiene tutto lo spettacolo e che - a giudicare dagli applausi di una platea piena, è stato molto apprezzata dal pubblico veronese.  

                       a cura di Lucio Di Mauro

 

 

NELLA TANA

da Franz Kafka

di e con Luigi Lo Cascio

scene Nicola Console - luci Roberto Innocenti

produzione Teatro Metastasio Stabile della Toscana

 

16/06/2006

“Nella tana”, tratto dal racconto di Franz Kafka,

Luigi Lo Cascio - autore, regista e interprete del monologo

 

La ricca carrellata di nuovoteatro - la rassegna innovativa del Teatro Stabile di Catania dedicata alla drammaturgia contemporanea - prosegue con la presenza di Luigi Lo Cascio, con il monologo Nella tana. L’attore palermitano è autore, regista e interprete di questa pièce che si ispira ad uno degli ultimi racconti kafkiani. Le scene sono di Nicola Console, i costumi di Roberto Innocenti.

La tana - questo è più precisamente il titolo del lavoro di Kafka - parla di un essere misterioso (uomo, animale, cosa?) sprofondato in una cavità. Nella sua elucubrazione immersa nel buio, il nostro personaggio monologante racconta le vicissitudini, le smanie, le abitudini della sua vita sotterranea. L’apparente idillio di questa condizione di isolamento mostra ben presto il suo vero volto di segregazione e di paura. Si avverte la presenza di una continua minaccia che può venire dal di fuori, o, addirittura, proprio dal nucleo essenziale ed interno della tana.

«Volendo adattare il racconto per la scena - racconta Lo Cascio - ho cominciato a comporne una versione, una visione personale. Mi sono accorto, a scrittura ultimata, che il testo si era trasformato. Non potevo più considerarlo un’immagine fedele del racconto kafkiano. Era diventato altro. Era ormai il risultato del mio rapporto concreto con la tana kafkiana. Ecco perché ho ulteriormente dilatato il distacco dal testo di partenza, operando tagli, innesti, dilatazioni, deviazioni. Registravo, in corso di riscrittura, il resoconto della mia perlustrazione. La deformazione del modello iniziale mi ha spinto quindi ad intitolare lo spettacolo Nella tana, proprio a indicare che si tratta di un tentativo di fuga all’interno del labirinto tracciato da Kafka per imbrigliare e sovvertire le certezze dei suoi lettori».

Nella tana rappresenta l’atteso ritorno sul palcoscenico di Luigi Lo Cascio, rivelazione del cinema italiano degli ultimi anni. Straordinariamente colto e preparato, l'attore dal fascino misterioso, che trasmette fragilità e forza al tempo stesso, ha abbandonato gli studi di medicina (specializzazione in psichiatria) per seguire la vocazione teatrale. Iscrittosi all'Accademia nazionale d'arte drammatica “Silvio D'Amico", si diploma con un saggio su Amleto di William Shakespeare, diretto da Orazio Costa. Debutta in palcoscenico nel 1989 con una piccola parte in Aspettando Godot di Beckett, per la regia di Federico Tiezzi. Il suo talento a tutto campo si desume pure dalla vena creativa che gli ha permesso di scrivere sceneggiature e collaborare a varie rappresentazioni teatrali.

La carriera cinematografica di questo ragazzo dallo sguardo languido è letteralmente esplosa con l'interpretazione di Giuseppe Impastato nel film di Marco Tullio Giordana I cento passi, dove ha subito dimostrato straordinarie doti e capacità, ottenendo il David di Donatello come miglior attore protagonista, la Grolla d'oro, il Sacher d'oro e numerosi altri riconoscimenti. In poco più di tre anni, è diventato uno dei nomi di punta del grande schermo grazie alla sua intensa espressività, capace di trasmettere non solo una vasta gamma di emozioni ma anche una profonda umanità.

Sulla scia di questa affermazione, ha interpretato una serie di film nel giro di pochissimo tempo e mai a discapito della qualità: Luce dei miei occhi di Giuseppe Piccioni, con cui ha vinto la Coppa Volpi al Festival di Venezia, La meglio gioventù, sempre di Giordana, Vito, morte e miracoli di Alessandro Piva, Mio cognato, coprotagonista con Sergio Rubini, e un capolavoro come Buongiorno, notte di Marco Bellocchio, altro esempio di coscienza civile applicato al cinema.

Lo Cascio, inoltre, è stato ospite di “Doppia Scena”, il ciclo di approfondimenti  organizzato dallo Stabile in collaborazione con le Facoltà di Lettere e di Lingue, nell’ambito del Protocollo d’intesa stretto tra il Teatro e l’Università. L’artista è intervenuto in due distinte sessioni: al consueto incontro nella mattinata e poi alla tavola rotonda fissata nel pomeriggio. Hanno coordinato i docenti Grazia Pulvirenti, Ezio Donato, Paola Di Mauro. Al dibattito pomeridiano hanno partecipato anche i germanisti Mark Anderson, Rosalba Galvagno, Alessandro Fambrini. 

a cura di Lucio Di Mauro

 

 

Il medico dei pazzi

di Eduardo Scarpetta

regia di Carlo Giuffré

con Carlo Giuffré e con Piero Pepe,

Monica Assante Di Tatisso, Rino Di Maio, Antonella Lori

e Aldo De Martino

 

 16/06/2006

 

 Trecastagni in compagnia del grande Carlo Giuffrè, protagonista al Teatro Comunale

con la commedia di Scarpetta  “IL MEDICO DEI PAZZI” 

 

Ultimo appuntamento della stagione di prosa al Comunale di Trecastagni, che ha ospitato il cartellone programmato dal Teatro Stabile etneo in sinergia con l’amministrazione municipale. Si chiude in bellezza con Carlo Giuffré, custode della grande tradizione partenopea, qui interprete e regista della commedia Il medico dei pazzi, capolavoro di Eduardo Scarpetta che esalta la straordinaria maschera di Felice Sciosciammocca.

Aldo Buti firma le scene, Giusi Giustino i costumi; sulla scena, accanto a Giuffré, un cast di qualità che annovera Piero Pepe, Monica Assante Di Tatisso, Rino Di Maio, Antonella Lori e Aldo De Martino.

Dopo il successo trionfale ottenuto con Miseria e nobiltà nella passata stagione, Carlo Giuffrè ritorna a Scarpetta. E lo fa modificando il celebre O miedico d’è pazze, che l’abilissimo attore e drammaturgo partenopeo adattò da una pochade francese, genere tanto in voga all’inizio del secolo scorso. Lo spettacolo è un’occasione straordinaria per ammirare il talento di interprete e regista di Giuffré, "custode della grande tradizione attoriale napoletana", come è stato definito nella motivazione del prestigioso Premio Simoni, assegnatogli nel 2000. L’esile trama racconta di Felice Sciosciammocca, maschera creata proprio da Scarpetta e resa celeberrima da Totò, arrivato a Napoli dalla campagna con la pittoresca moglie Concetta, per vedere l’Ospedale dei pazzi che il nipote Ciccillo dice di aver costruito, dopo essersi finto medico per spillargli quattrini chiedendogli di finanziare la sua impresa. Come risolvere l’impasse? La trovata di Ciccillo è di portare lo zio a visitare la Pensione Stella, spacciandola per l’Ospedale, confidando nell’eccentricità dei personaggi che la abitano.

Il plot serve solo da pretesto: il valore della commedia sta nella caratterizzazione dei finti pazzi su cui Giuffré agisce con una connotazione personalissima, dilatando e cesellando i siparietti affidati ai vari interpreti, così da aggiungere alla farsa scarpettiana, componenti che spaziano dall’avanspettacolo, alla canzone napoletana, al balletto, ad atmosfere clownesche. Esilarante diventa la galleria dei personaggi: un giovane irrequieto giornalista in cerca di ispirazione per le sue novelle da pubblicare quotidianamente, l’attore in costume di scena che prova Otello, il malinconico musicista che spera di partire per nuove tournée, la trasbordante ex sciantosa che cerca di trovare un marito alla timida figlia Rosina la quale, di fronte all’esuberanza della madre, non riesce a dire una parola.

Spettacolari le scenografie, in particolare quella ad apertura di sipario, che riproduce a dimensione reale la Galleria Umberto di Napoli con le cupole, le vetrate dalla prospettiva perfetta. Vivaci i costumi che contribuiscono alla caratterizzazione degli estrosi ospiti della pensione. A tirare le fila e a rendere all’unisono le gag dei finti matti è la salda regia di Giuffrè che riesce a fare dei veri caratteri dei suoi personaggi e non solo dei tipi. Felice, interpretato dallo stesso Giuffrè, si trova travolto dalla girandola di sketches degli abitanti della pensione che hanno effettivamente comportamenti sopra le righe così da apparire a tutti folli. E qui sta la riflessione che Giuffrè inserisce promuovendo una sorta di “elogio della follia”, nella convinzione che un po’ di sana pazzia fa bene, dato che è segnale di libertà.

                      a cura di Lucio Di Mauro               

 

 

PICCOLI CRIMINI CONIUGALI

di Éric-Emmanuel Schmitt

 

versione italiana e regia di Sergio Fantoni

musiche di Cesare Picco

scene di Nicolas Bovey

disegno luci di Iuraj Saleri

con Andrea Jonasson, Massimo Venturiello

 

  

 

10/05/2006

Una storia pensata per l’allestimento teatrale che mantiene inalterato il proprio fascino alla semplice lettura: questo è Piccoli crimini coniugali, un’opera molto particolare del francese Éric-Emmanuel Schmitt, autore under 50, drammaturgo tra i più interessanti del panorama internazionale, con testi teatrali pluripremiati come Il libertino o Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, che hanno goduto entrambi di belle trasposizioni cinematografiche. Ricordiamo ancora Il visitatore e appunto Piccoli crimini coniugali, che approda sulle scene catanesi nella versione italiana e nella regia curate da un maestro come Sergio Fantoni.

Le musiche sono di Cesare Picco, scene e disegno luci di Nicolas Bovey. Unici personaggi Lisa e Gilles, qui affidati al talento di Andrea Jonasson, attrice di rilevo europeo, e al bravissimo Massimo Venturiello

Interpretano una coppia sposata che troviamo all’inizio della storia mentre rientra a casa dall’ospedale. Lui, autore di successo di emozionanti “gialli”, soffre di amnesia a seguito di un incidente e, pur conservando intatte le normali funzioni intellettuali, non ricorda assolutamente alcunché della propria vita (condizione identica a quella di Yambo, protagonista del romanzo La misteriosa fiamma della Regina Loana di Umberto Eco). I medici decidono così di dimetterlo per farlo riambientare a casa sua, circondato dalle cose di sempre e dall’affetto della moglie, nella speranza che l’uomo guarisca e torni presto in possesso dei propri ricordi.

In questo contesto Schmitt mette in scena una perfetta macchina narrativa, attraverso un dialogo brillante e pungente al tempo stesso, che svela impietosamente i meccanismi della coppia e i più intimi recessi dell’animo umano: un duetto fatto fin da subito di sgambetti, frasi non dette, risposte non consegnate, punzecchiature e battute corrosive, che lascia trapelare pia piano una realtà ben diversa dall’oleografia di un rassicurante quadretto borghese. L’autore dosa con perizia veri e propri colpi di scena, capaci di arricchire continuamente la situazione iniziale, gettando il lettore/spettatore in una vicenda dai toni via via più sfumati e inquietanti.

L’analisi di questa coppia potrebbe essere in realtà l’analisi della coppia tout court, una dissezione senza pudori condotta fino alla conclusione con grande ritmo. Il tono è dolceamaro e mescola, in un cocktail di convincente naturalezza, parti uguali di disincanto, pessimismo e levità fiabesca, guizzi da commedia brillante e inquietanti ombre di dubbio gettate sui personaggi. Schmitt si dimostra insomma un fine conoscitore di tutte le corde dell’animo umano: d’altronde da uno scrittore poliedrico come lui - narratore e saggista oltre che autore teatrale - non ci si poteva aspettare nulla di meno se non un’opera appassionante e completa. Piccoli crimini coniugali è un piccolo gioiello che dettaglia il necessario inabissamento all’inferno di Lisa e Gilles nel tentativo – un po' comico, un po' drammatico, sicuramente reale – di riemergere alla serenità come coppia. A lettura ultimata viene da pensare che, tra le imprese degne di essere raccontate in un thriller, non ci siano solo indagini su omicidi o tesissimi intrighi internazionali: riannodare i fili di una vita o due, in fondo, può essere una sfida altrettanto grande e impegnativa.

 Il testo, il suo allestimento e, più in generale, la figura e l’opera di Schmitt sono stati oggetto di approfondimento nell’ambito di “Doppia Scena”, il ciclo di incontri organizzati dallo Stabile in collaborazione con le Facoltà di Lettere e Lingue. L’appuntamento, non riservato esclusivamente agli studenti ma aperto al pubblico degli appassionati, si è svolto nell’Aula A1 del Monastero Benedettini. Insieme al direttore del TSC Orazio Torrisi, sono intervenuti la Jonasson e Venturiello; ha coordinato Marilia Marchetti, docente di letteratura francese.

 

 

LA MARIA ZANELLA

 di Sergio Pierattini

 

regia di Maurizio Panici

costumi Sandra Cardini

musiche di Astor Piazzolla e Edward Grieg

con Maria Paiato

 

 

10/05/2006

 

La rassegna nuovoteatro, programmata dal Teatro Stabile di Catania per dare spazio agli autori contemporanei e ai suoi interpreti, prosegue con una straordinaria prova d’attrice che ha visto di scena Maria Paiato, primadonna tra le più attente e sensibili del panorama teatrale italiano. L’artista veneta ha dato voce e anima al monologo La Maria Zanella, scritto apposta per lei da Sergio Pierattini, che si è ispirato alla terra d’origine dell’interprete, originaria della provincia rodigina, costruendo una storia che rievoca la tragica alluvione del Polesine.

 

La Maria Zanella – osserva Maria Paiato - è fatta dei modi di fare di mia madre, di mio padre “Quando ho studiato questo monologo mi sono resa conto di quante cose ho osservato e registrato da bambina guardando i miei parenti, ascoltando le donne che le sere d'estate parlavano di nascite e di lune, di ricordi di guerra, di aneddoti tragici ma anche comici”.

 

L’allestimento - realizzato da Argot Produzioni - è stato curato dal regista Maurizio Panici, con i costumi di Sandra Cardini e le musiche scelte dal repertorio di Astor Piazzolla ed Edward Grieg. Lo spettacolo è stato al contempo un’occasione per conoscere più da vicino Sergio Pierattini, giornalista, attore e autore teatrale, nato a Sondrio nel 1958 e noto anche per aver preso parte a varie produzioni cinematografiche, collaborando con Francesca Archibugi ed Ugo Chiti.

 

La messinscena ha regalato al pubblico la figura tenera e drammatica di una giovane donna della bassa padana, segnata nella salute mentale dalla terribile calamità. Una casa reca ancora sulla facciata i segni, la riga nera, dell'alluvione del 1951. Il testo racconta le paure, le angosce e le malinconie vissute da Maria Zanella, costretta dalla sorella a vendere quella casa, ormai rovinata, dove è nata e cresciuta e che è intrisa dai suoi ricordi. La stessa che portò nella città migliaia di rodigini in fuga dalla furia distruttrice e limacciosa del Po. Le sofferenze della protagonista sono le stesse che hanno provato tutte quelle persone che hanno dovuto lasciare le loro abitazioni e le loro terre per trasferirsi in una città sconosciuta dove rifarsi una vita, una dignità e, spesso, una famiglia.

 

La Maria Zanella è un atto d’amore doloroso, una perdita d’identità, una ferita della memoria che ha allontanato questa vittima candida e fragile dalla normalità, dalla quotidianità. Attorno alla protagonista, sempre sola sul palcoscenico, lo spettatore potrà vedere e immaginarsi la presenza di mille presenze in grado di catturarne l’emozione in maniera vera, asciutta, senza un gesto o un tono retorico. La scrittura lucida e penetrante dell’autore commuove. Maria è una piccola donna polesana con problemi psichici che non la rendono pericolosa ma solo struggentemente ingenua, un'eterna bambina. Alla fine riuscirà, seppur tra mille fatiche e con molti sforzi, a darsi un’originale risposta alle sue paure, quelle che l’assalgono di notte, e che sono le stesse di tutti coloro che conoscono l’inesorabile dolore del distacco da ogni luogo affettivo.

La Maria Zanella è tutto questo e anche l'opportunità di fare "il teatro" con la musicalità poco conosciuta del polesine, dei suoi argini che contengono il brontolio sommesso del Po, dell'orizzonte piatto delle campagne e del loro silenzio. Lo spettacolo è così un suggestivo, originale tassello che arricchisce le variegate proposte di nuovoteatro, rassegna stimolante e innovativa che per qualità e numero dei titoli in programmazione ha assunto, in sole quattro edizioni, le dimensioni di un vero e proprio cartellone parallelo.

 

 

L’ILLUSIONE COMICA

 di Pierre Corneille

 

versione italiana di Edoardo Sanguineti - regia Marco Sciaccaluga

con Eros Pagni, Sara Bertelà, Fabrizio Contri, Eva Cambiale,

Andrea Nicolini, Aldo Ottobrino, Federico Vanni, Antonio Zavatteri

 

 

 

10/05/2006

 

Presenza viva e palpitante nella vita artistico - culturale della città e della provincia, il Teatro Stabile di Catania propone ben sei allestimenti, portatori ognuno di differenziati contenuti e stimoli. Apre la serie un grande classico come L’illusione comica di Pierre Corneille, esaltazione giustamente celebre e virtuosa dell’essenza stessa del teatro. Genialmente tradotto da Edoardo Sanguineti, il testo è stato messo in scena dallo Stabile di Genova per commemorare il quarto centenario della nascita del grande drammaturgo francese. L’allestimento si avvale della regia di Marco Sciaccaluga e si propone come un “divertimento” appassionante che - nel segno di una riflessione sull’arte teatrale - unisce la commedia con la tragedia, il gioco della fantasia con la profonda libertà del grande teatro seicentesco. Ne sono interpreti uno straordinario Eros Pagni, nel duplice ruolo del mago Alcandro e del rodomonte Matamoro, affiancato da Sara Bertelà (Isabella), Fabrizio Contri (Clindoro), Eva Cambiale (Lisa), Andrea Nicolini (Dorante e Carceriere), Aldo Ottobrino (Adrasto e Erasto), Federico Vanni (Pridamante), Antonio Zavatteri (Geronte). Scene e costumi sono di Valeria Manari, le musiche di Andrea Nicolini.

Rappresentata la prima volta nel 1636, L’illusion comique è una lode del teatro intessuta con brio scintillante: colpi di scena, risate, amori dichiarati e traditi, passioni brucianti e finanche un colpo di pistola. Il tutto in un'ambientazione che, prima del clamoroso svelamento finale, l'allestimento genovese ha scelto di connotare con atemporali riferimenti militari. Tormentato dai sensi di colpa per aver scacciato di casa il figlio Clindoro con la sua eccessiva severità, Pridamante vaga alla sua ricerca sino a che capita nell’antro del mago Alcandro, che in virtù di doti magiche promette di fargli vedere, non visto, la vita attuale del figlio. Diventato servo ben pagato del pavido e millantatore Matamoro, Clindoro si fa gioco delle sue smargiassate e, in segreto, corteggia la bella Isabella per la quale anche il suo padrone si strugge di passione. L’intervento del padre di Isabella, che la vorrebbe sposare al gentiluomo Adrasto, e l’intrecciarsi di un complicato gioco di gelosie fa scivolare lentamente la commedia verso la tragedia. Ma il dramma cui si assiste è solo quello di “spettri animati”, anche se capaci di provocare grande dolore a Pridamante, il quale dapprima soffre e si dispera “in diretta” per la sorte di Clindoro, poi si rende conto di aver visto solo uno specchio della realtà.

La critica che ha assistito allo spettacolo ha parlato di “un’occasione da non perdere: un grande spettacolo che diverte e fa riflettere”, “un superbo allestimento con eccellenti prestazioni di tutti”, definendo “innovativa, raffinata, ironica la regia di Sciaccaluga”. La stampa, rilevando ancora che “la traduzione di Sanguineti è un piccolo capolavoro, ha sottolineato altresì “il successo calorosissimo e la superba prova di Eros Pagni e di tutto il cast”. Mescolando i toni e i registri narrativi sullo sfondo popolare della Commedia dell’Arte, L’illusione comica costruisce situazioni ora comiche e ora drammatiche che spiazzano di continuo lo spettatore, il quale nel corso della rappresentazione si trova di fatto posto nella stessa condizione di Pridamante: sempre coinvolto nello svolgimento dell’intrigo, anche se di fatto consapevole di stare assistendo solo a un raffinato gioco di specchi. L'apparenza s'intreccia sempre e inesorabilmente con la verità: occasione preziosa per portare in primo piano l'inventiva di tutti i suoi interpreti, qui esaltata dalla creativa traduzione in versi di Sanguineti e dal protagonismo di un doppio Eros Pagni.        

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