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LA
LOCANDIERA
di Carlo Goldoni
elaborazione drammaturgia e regia
Giancarlo Cobelli
con Mascia Musy
Francesco Biscione, Paolo Musio,
Massimo Cimaglia,
Alessandra Celi, Federica De Cola,
Andrea Benedet,
Antonio Fermi, Vincenzo Rollo, Peppe
Sottile
produzione Compagnia del Teatro Moderno
– Europa Duemila
Nel 2007 ricorre il trecentenario della nascita di Carlo
Goldoni, forse il più importante autore italiano teatrale di tutti i
tempi. Lo Stabile etneo lo ricorda con due prestigiosi allestimenti che
hanno segnato la storia del teatro italiano. Dopo la programmazione di
Arlecchino, servitore di due padroni, spettacolo di culto firmato
da Giorgio Strehler,
la Sala Verga ospiterà dall’1 febbraio un classico come La
locandiera, che ripropone la regia realizzata quasi trent’anni fa da
Giancarlo Cobelli e dallo stesso ripresa oggi, sempre per il Goldoni di
Venezia. Di Cobelli è anche l’elaborazione drammaturgia, Alessandro
Ciammarughi ha disegnato lo spazio scenico, Robert John Resteghini le
luci.Nel ruolo del titolo Mascia Musy, affiancata da Francesco Biscione,
Paolo Musio, Massimo Cimaglia, Alessandra Celi, Federica De Cola, Andrea
Benedet, Antonio Fermi, Vincenzo Rollo, Peppe Sottile. Lo spettacolo è
una coproduzione Compagnia del Teatro Moderno–Europa Duemila, Teatro
Stabile del Veneto.
Il 22 aprile 1979 Giancarlo Cobelli, in
occasione dell'inaugurazione del Teatro Goldoni di Venezia appena
restaurato, allestì una celebre edizione, protagonista Carla Gravina,
con tale successo da rimanere in cartellone per ben tre stagioni di
seguito. Lo spettacolo, come pure è stato scritto, "passò alla storia";
e venne salutato come una svolta nelle regie goldoniane. Non ne veniva
fuori una Mirandolina raffinata, come per esempio quella interpretata da
Rina Morelli per la regia di Visconti (che pure rivoluzionò tanti luoghi
comuni goldoniani), ma un personaggio - e uno spettacolo - duro e
elegante, un po’ "noir", con una forte componente erotica e di conflitto
sociale. Ne fu fatta una versione televisiva, il cui DVD nello scorso
dicembre è stato distribuito di recente da RaiCinema-01 nelle librerie,
con enorme riscontro.
Molti anni dopo un grande maestro come
Cobelli sceglie Mascia Musy, per rinnovare le emozioni di quella
indimenticabile messa in scena. Il ruolo che fu di Pino Micol è ora
interpretato da Francesco Biscione, la parte del Marchese è affidata a
Paolo Musio, il Conte è Massimo Cimaglia e Fabrizio Andrea Benedet. Il
genio del regista si è particolarmente incentrato sulla recitazione,
cercando ritmi “umani” con un respiro diverso da quelli vertiginosi che
la televisione ci impone e ritroviamo nel nostro quotidiano. Ogni
battuta è soppesata e calibrata in ogni suo piccolo particolare. Sono
soprattutto i giovani a subire maggiormente il fascino di un
allestimento che rende ai personaggi goldoniani uno spessore ben più
marcato dagli “a parte” ai quali erano relegati. Una splendida occasione
di vedere una messinscena teatrale tanto moderna nella regia, quanto
classica nel rigore proprio di una grande scuola. È ancora, in un
quotidiano dove si parla tanto, uno spettacolo che spinge all'ascolto.
Un classico in cui, dietro scaramucce amorose, lacrime e svenimenti, a
confrontarsi davvero sono il passato degli antichi privilegi nobiliari e
la nuova epoca borghese che sta nascendo.
“È la modernità – sottolinea Cobelli - a
uscirne come unica trionfatrice. Chissà se Goldoni costretto in esilio a
Parigi dagli eventi, e proprio negli anni della storica Rivoluzione,
ripensando alla padrona di locanda Mirandolina, non abbia riconosciuto
profetico l’approdo da lui stesso designato alla sua grande
protagonista. Infatti come la Rivoluzione francese ha traghettato il
vecchio mondo verso un rinnovamento, allo stesso modo Mirandolina,
futura incarnazione di un’intraprendente donna d’affari, spalanca la
finestra al nuovo secolo e ne scaraventa fuori merletti, parrucche,
jabeaux, tricorni e bautte; reperti di un Settecento in agonia. Si
focalizza così la magia di un apparente darsi convegno nella locanda di
tre prototipi: Marchese, Conte e Cavaliere, accaniti sostenitori di
stemmi nobiliari, di albagie al suon di zecchini d’oro e di ciniche
filosofie del disincanto. I malcapitati, resi ciechi da un Cupido
malnato, offrono il collo alla mannaia della seduzione e dei ben
recitati raggiri della lungimirante femmina, altro che le due comiche
mestieranti dell’ipocrisia che sotto teatrali spoglie si spacciano per
alte dame! La lungimiranza di Mirandolina, mascherata da lagrimucce
studiate, finezze sottomesse, svenimenti e altre civetterie muliebri, fa
germogliare sul ceppo dei condannati il fiore dell’abilità organizzativa
e del concreto calcolo: i nuovi araldi di un Ottocento commerciale e
borghese. Vita nuova, aria nuova! Questa è la fede matrimoniale che
Mirandolina infila al dito di Fabrizio, suo cameriere fedele, giovane
disposto a tutto, comprese le affaristiche pretese della padrona”.
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LA CONCESSIONE DEL
TELEFONO
dal romanzo omonimo
di Andrea Camilleri
testo teatrale di
Andrea Camilleri e Giuseppe Dipasquale
regia di
Giuseppe Dipasquale
musiche di
Massimiliano Pace - luci di Franco Buzzanca
con Francesco
Paolantoni, Tuccio Musumeci, Pippo Pattavina
Marcello Perracchio
e Gian Paolo Poddighe
Alessandra Costanzo, Pietro Montandon, Angelo Tosto
Franz Cantalupo,
Valeria Contadino, Franco Mirabella,
Raniela Ragonese,
Giampaolo Romania, Sergio Seminara
PARTE DA TRECASTAGNI
LA LUNGA TOURNÉE NAZIONALE DELLA CONCESSIONE DEL TELEFONO,
NUOVA PRODUZIONE DEL TEATRO STABILE DI CATANIA
TRATTA DAL ROMANZO DI CAMILLERI

A firmare la trasposizione scenica è lo stesso scrittore insieme al
regista Giuseppe Dipasquale.
Interpreti principali Francesco Paolantoni, Tuccio Musumeci, Pippo
Pattavina
Secondo
appuntamento della ricca e stimolante stagione allestita dallo Stabile
etneo al Teatro Comunale di Trecastagni in sinergia con
l’amministrazione del centro pedemontano. In scena, La concessione
del telefono: prende così il via la lunga tournée nazionale di
questa novità assoluta, concepita all’insegna della grande tradizione
dello Stabile catanese, che affonda profondamente nell’humus e nel cuore
della Sicilia. Tratta da un romanzo di culto di Andrea Camilleri, la
pièce è stata adattata dallo scrittore a quattro mani con Giuseppe
Dipasquale, che firma pure la regia. L’allestimento è affidato ad un team di qualità: Antonio Fiorentino per le
scene, Angela Gallaro per i costumi, Franco Buzzanca per le luci.
Interpreti principali autentici beniamini del pubblico come Francesco
Paolantoni, Tuccio Musumeci, Pippo Pattavina, insieme a Marcello
Perracchio, Giampaolo Poddighe, Pietro Montandon, Angelo Tosto, e ancora
Franz Cantalupo, Valeria Contadino, Franco Mirabella, Raniela Ragonese,
Gianpaolo Romania, Sergio Seminara.
«Lo Stabile etneo - sottolinea il
presidente Pippo Baudo - si è distinto negli ultimi anni nel panorama
teatrale nazionale per il notevole incremento produttivo. Con questa
novità assoluta realizza un’altra operazione artistica e culturale di
qualità, in linea con le finalità istituzionali dell’ente, da sempre
attento alla valorizzazione del patrimonio letterario, non solo
teatrale, che la Sicilia può vantare».
La concessione del telefono è,
fra i romanzi di Camilleri, uno dei più divertenti: una sorta di
commedia degli equivoci e degli imbrogli, che trova la sua ambientazione
ideale in Sicilia, terra di contraddizioni. La Vigàta dello scrittore
agrigentino, in questo affresco storico di fine Ottocento come nelle
odierne indagini del commissario Montalbano, diventa ogni volta metafora
di un modo di essere e ragionare le cose di Sicilia. Il qui pro quo che
- ridicolmente - fa da motore alla vicenda è lo scambio tra due lettere
dell'alfabeto. Pippo Genuardi, per ottenere la concessione di una linea
telefonica, ne fa domanda al prefetto, denominandolo Parascianno anziché
Marascianno, come questi si chiama. Il nodo s’avviluppa coinvolgendo non
solo il protagonista e la sua famiglia, ma anche la Chiesa, il mafioso
del paese e soprattutto i vari apparati dello Stato, ovvero Prefettura,
Questura, Pubblica Sicurezza e Carabinieri. E pensare che il telefono
serve al focoso Pippo per meglio gestire la passione per la giovane
suocera…
«Il fascino
della trasposizione - osserva il direttore dello Stabile Orazio Torrisi
- punta sulla novità del testo e si sposa tutt’uno con il desiderio di
ricercare strade nuove e diverse per la drammaturgia contemporanea.
Quando poi, come in questo caso, si è di fronte ad una forma narrativa
che invita il lettore a dar corpo ai personaggi, privilegiando il
parlato e non la descrizione, il Teatro si trova ad agire su un
campo familiare».
Anche nella
riduzione ad emergere è la lingua di Camilleri, originalissima sinfonia
di parlate che approda ad una divertita e teatralissima
sicilitudine linguistica, fatta di neologismi, sintassi
travestita, modi d’uso ricalcati dal dialetto.
Spiega il regista Dipasquale: «La parola, ed il gioco che con essa e di
essa è possibile intraprendere, fa di questo romanzo un oggetto naturale
da elaborare all’interno di un’alchimia teatrale vitale e creativa».
L’ultima parola ad Andrea Camilleri: «Pirandello
amava dire che il lavoro dell’autore terminava quando riusciva a mettere
la parola “fine” alla scrittura teatrale. Tuttavia mi sento di chiosare
il buon Luigi: è proprio nella messinscena che inizia un nuovo viaggio
del testo, sempre diverso e nuovo, imprevedibile, disperatamente
esaltante. Perciò il confine del teatro è come l’orizzonte dei
viaggiatori nei mari d’Oceano: sempre presente, mai raggiungibile».
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LE STORIE DEL
SIGNOR KEUNER
di Bertolt Brecht - traduzione di
Roberto Menin
uno spettacolo di Moni Ovadia e Roberto
Andò
repertorio video
Luca Scarzella-suono Mauro Pagano-direzione musicale Emilio Vallorani
con Moni Ovadia, Lee Colbert, Roman
Sivulak
Maxim Shamkov, Ivo Bucciarelli
e con la Moni Ovadia
Stage Orchestra
produzione Nuova Scena-Arena del
Sole-Teatro Stabile di Bologna-
Emilia Romagna Teatro Fondazione in
collaborazione con Mittelfest 2006
E’ proseguita con stimolanti
proposte la quarta edizione di nuovoteatro, vero e proprio
cartellone parallelo proposto dal Teatro Stabile di Catania a fianco di
quello, altrettanto ricco e interessante, impaginato per la 49° stagione
dell’ente. La programmazione di nuovoteatro individua in
particolare un percorso che affonda nella drammaturgia e nelle
problematiche dei nostri giorni, grazie alle scelte, impegnate anche sul
piano civile e sociale, di prestigiosi autori, registi e interpreti. È
anche il caso delle brechtiane Storie del Signor Keuner,
spettacolo firmato a quattro mani da due personalità di spicco come Moni
Ovadia e Roberto Andò.
Il testo è proposto nella traduzione di
Roberto Menin, le scene sono di Gianni Carluccio, i costumi di Elisa
Savi, le luci di Gigi Saccomandi; il repertorio video è di Luca
Scarzella, il suono di Mauro Pagano, la direzione musicale di Emilio
Vallorani. Nel cast, accanto al grande Ovadia figurano Lee Colbert,
Roman Sivulak, Maxim Shamkov, Ivo Bucciarelli
e la Moni Ovadia
Stage Orchestra. La produzione
Nuova Scena-Arena del Sole-Teatro Stabile di Bologna-Emilia Romagna
Teatro Fondazione è stata realizzata in collaborazione con Mittelfest
2006.
Il signor Keuner
è l’alter ego del Brecht esule. L’esilio di Keuner è duplice come quello
che visse realmente Brecht. Esiliato perché oppositore eccellente del
regime nazista, il grande drammaturgo fu privato di uno status legato
anche ad alcune condizioni materiali, e gettato nell’alea di
un’esistenza incerta e smarrita, propria di tutti gli esuli. L’altro
esilio Brecht lo visse quando rientrò nella sua Berlino, dove si era
instaurato il comunismo che lui aveva tanto auspicato: lacerante la
delusione nello scoprire che, proprio quando veniva restituito al
proprio teatro e al suo amato pubblico, l’autore sarebbe caduto nel più
difficile degli esili, quello che si vive presso di sé. Il comunismo in
cui si trovava a vivere non era il mondo luminoso di cui aveva decantato
la ragione del “semplice difficile da farsi”, bensì un sistema di potere
autoreferenziale che rivelò presto la sua natura ottusa. Keuner è in
qualche misura un Brecht esiliato anche dalle proprie certezze, che dà
istruzioni per l’uso per riuscire a galleggiare in un’epoca in cui
avanza la perdita del “senso”. Per questa ragione qualche critico ha
notato tentazioni di sconfinamento del K di Brecht nei territori del K
di Kafka. E non solo nella forma breve e di parabola del racconto. In
questo orizzonte di esilio dal senso, le istruzioni di Keuner sono più
che attuali per noi che, nella svolta del millennio, quel senso lo
abbiamo perduto e galleggiamo in una continua deriva senza morale di cui
non si vede più la sorgente e di cui non appare ancora la foce.
Perciò Andò e Ovadia hanno pensato di
esplicitare le ragioni dell’allestimento facendo seguire al titoloLe
storie del signor Keuner la specifica “un’esposizione post-morale”.
«Keuner -
sottolinea Ovadia - ci ha sollecitati a una mise en scene in
forma di esposizione di reperti “d’arte”, alla maniera scomposta di
certe mostre del nostro tempo, dominato dalla virtualità, in cui i
frammenti di realtà sono in un esilio senza speranza. In ciò consiste la
lancinante bellezza del fare artistico nel nostro tempo: l’essere
paradossalmente un disperato tentativo della realtà emozionale di non
sparire nel buco nero della virtualità. In un’istallazione visuale
compaiono le dramatis personae dell’oggi nel ruolo di loro
stesse, interpretano le parole di Keuner nel vano sforzo di trovare
almeno un’eco di autolegittimazione morale. I reperti di realtà a cui ci
aggrappiamo nel nostro esilio sono: un’orchestrina sotto mentite
spoglie; una cantante brechtiana; un mafioso russo appassionato d’arte;
un attore manichino kantoriano, orfano del proprio teatro e costretto a
ripetere una memoria del proprio essere frammento di un’opera d’arte
irripetibile; un custode vetusto di un museo dell’arte socialista
sopravissuto al crollo; e, da ultimo, un curatore di mostre artistoide e
intellettualoide, cultore dell’ebraismo kafkiano, che cerca di conferire
un senso impossibile all’esposizione che è chiamato a organizzare e il
cui unico esito è inesorabilmente post-morale».
Lo spettacolo è stato oggetto di
approfondimento nell’ambito di “Doppia scena”, il ciclo di incontri
organizzati dallo Stabile in collaborazione con le Facoltà di Lettere e
di Lingue straniere.
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ARLECCHINO SERVITORE
DI DUE PADRONI
di
Carlo Goldoni
regia di Giorgio Strehler
con Ferruccio Soleri e Enrico Bonavera,
Giorgio Bongiovanni,
Paolo Calabresi, Francesco Cordella,
Luca Criscuoli, Alessandra Gigli,
Stefano Guizzi, Tommaso Minniti, Sergio
Leone, Stefano Onofri,
Annamaria Rossano, Giorgia Senesi, Sara
Zoia
Arlecchino servitore di due padroni,
di Carlo Goldoni, è senza dubbio uno degli spettacoli che ha scritto la
storia del teatro italiano del dopoguerra. Allestito per la prima volta
da Giorgio Strehler nel 1947, inaugurò quella gloriosa stagione della
scena nazionale che ebbe nel Piccolo Teatro di Milano il suo centro
artistico propulsore. Da allora lo spettacolo ha girato il mondo
rimanendo costantemente nel repertorio. L’allestimento sarà per la prima
volta a Catania ospite del Teatro Stabile, dal 15 al 30 gennaio, sul
palcoscenico del Verga. Il protagonista Ferruccio Soleri ha curato
altresì la ripresa della messinscena con la collaborazione di Stefano de
Luca. Il pubblico etneo e soprattutto i giovani potranno così apprezzare
questa poetica ed esemplare produzione, che vide operare accanto a
Strehler un’eccezionale team di allestitori: a firmare le scene è
infatti Ezio Frigerio, i costumi Franca di Squarciapino, le musiche
Fiorenzo Carpi, i movimenti mimici Marise Flach, le luci Gerardo Modica.
Al centro della commedia, indispensabile
fin dal titolo, c'è Arlecchino, che soffre la fame, mente, corteggia,
ama, finge di saper leggere, serve acrobaticamente due padroni in stanze
diverse, pasticcia la trama e la risolve. Grandi interpreti, nel corso
degli anni, hanno saputo entrare nel mondo di Arlecchino senza
sacrificare la propria individualità e senza sconvolgere quell’equilibrio
tutto giocato su azione, parola e gesto ricercato da Strehler e
restituito al teatro del Novecento, a partire dalle tecniche e dalle
invenzioni dei comici dell’arte.
Così è anche avvenuto il passaggio di
testimone dall’Arlecchino di Marcello Moretti a quello di Ferruccio
Soleri, titolare del ruolo da oltre quarant’anni. Un Arlecchino
scattante, elastico, acrobatico, sorprendente. Non certo "una
marionetta", bensì personaggio di cuore, passioni, meraviglia, che ha la
sincerità di chi si affaccia su un mondo sempre nuovo e pieno di
attrazioni. Per Soleri, Strehler ripensò la parte, accentuando la
componente metateatrale dello spettacolo: da allora l’interprete,
padrone assoluto del ruolo, è al centro di un work in progress sensibile
allo spirito del tempo e al desiderio di sondare, attraverso Goldoni,
anche aspetti e suggestioni del mondo attuale. La vita quotidiana entra
in scena mescolandosi ad un divertito gioco del teatro nel teatro, che
lascia spazio all’improvvisazione, pur mantenendo sempre una perfetta
armonia compositiva.
Lo spettacolo è stato oggetto di uno
specifico approfondimento nell’ambito di “Doppia scena”, il ciclo di
incontri organizzato dallo stabile in collaborazione con le Facoltà di
Lettere e Filosofia e di Lingue e Letterature straniere.
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